Arcana imperii. I segreti dell’impero – prima puntata

Siamo nella provincia romana della Germania Superiore, nei dintorni del forte di Antunacum (odierna Andernach). Un giovane messaggero della tribù dei Catti cerca di sfuggire ai Romani per portare a termine la sua missione, ma il suo messaggio è finito nelle mani dei Romani. Gli ufficiali si riuniscono per decidere come stroncare l’insurrezione dei Catti. Tra loro si distingue Traiano.

Germania superiore, dintorni di Antunacum, fine gennaio 89 d.C.

«Prendetelo, di là, sta scappando!»

Il giovane barbaro, nel tentativo di nascondersi alla pattuglia romana che lo insegue, si acquatta dietro un cespuglio. Nella mano stringe una piccola spada. La pioggia fredda gli riga il volto, colando dai lunghi capelli rossicci. Ansima. Pensava sarebbe stato più facile seminare quei cani rognosi, per lui che è nato in quelle selve. Ma i legionari si sono rivelati efficienti e caparbi: lo hanno stanato. Ora però non deve permettere loro di circondarlo, o non avrà scampo. Trattiene il respiro, in ascolto. Nella selva tutto sembra improvvisamente silenzioso. Strizza gli occhi chiari, per scrutare attraverso le foglie un qualche movimento nella radura. Nulla. I Romani sembrano dissolti. Ma è un’illusione, lo sa. Il dispaccio. Non può rischiare che cada nelle loro mani. Con la lama taglia di netto il cordolo che tiene appesa al suo collo una piccola tasca di cuoio. Gira la testa di scatto, guardingo, per controllare che non vi sia nessuno alle sue spalle, poi veloce sgattaiola al riparo dal fogliame verso un ceppo cavo a pochi passi. Con le mani gratta il terriccio gelato sotto le radici per creare una piccola buca, prende la tasca di cuoio e la infila dentro, cercando di tappare l’incavo come può, mentre la fanghiglia mista a foglie marce gli scivola fra le dita. Forse ce la può fare a salvarsi. Potrà tornare a recuperare il dispaccio più tardi, quando i Romani si saranno allontanati. Si gira per prendere la lama che ha appoggiato a terra, accanto ai suoi piedi. Ma la punta fredda di un gladio romano gli punge il collo.

«Dove credi di andare, cane di un barbaro?»

Il giovane Athalmero, figlio di Aigil, della tribù dei Catti, chiude gli occhi. È finita.

«Attaccheremo domani mattina. Non possiamo aspettare oltre. Già così è combattere in una maledetta palude! Che ne pensi, Traiano?»

La pioggia percuote la tenda militare con un rimbombo cupo. Marco Ulpio Traiano è in piedi, un poco discosto dagli altri, accanto ad uno dei pali che reggono la tenda del praesidium dentro alla quale si sta svolgendo un veloce consiglio di guerra. Gli occhi degli ufficiali presenti si voltano verso il comandante della Legio VII Gemina. È raro che Aulo Bucio Lappio Massimo Norbano, governatore della Germania Inferiore, chieda consigli strategici a qualcuno. Ma Traiano, quello spagnolo alto, col volto duro incorniciato da capelli già quasi grigi, che dimostra ben più dei suoi trentasei anni, è noto a tutti per le sue doti militari. In Oriente, dove il padre è stato governatore della Siria, era il suo braccio armato. Poi si è distinto durante le campagne di Tito contro gli insorti in Palestina. «No, non possiamo aspettare ancora. – conferma l’ispanico con la sua voce profonda – Saturnino ha un accordo con i Catti, abbiamo intercettato una loro comunicazione, sono accampati al di là del Reno, e già domani potrebbero passare il ponte. Se si uniscono a lui, non abbiamo speranze di vincere contro le legioni e la moltitudine dei barbari. Dobbiamo attaccare prima.»  «Quella lurida puttana di Saturnino! Ha ragione il dominus et deus Domiziano a chiamarlo così!» commenta uno dei tribuni.

Norbano e Traiano si scambiano un’occhiata in tralice. L’ufficiale è giovane, alla sua prima campagna, è pieno di veemenza e di entusiasmo. Del governatore della Germania Superiore, Lucio Antonio Saturnino, che si è ribellato un mese prima e si è fatto proclamare imperatore dai suoi soldati, i legionari della XXI Rapax e della XIV Gemina, sa solo quello che la propaganda ufficiale ha fatto circolare:  che si tratta di uno spregevole traditore deciso ad insorgere per una offesa personale ricevuta da Domiziano, che lo ha definito “una puttana” durante un banchetto, e pesantemente schernito per la sua presunta inclinazione per gli uomini.

Quando gli altri ufficiali sono usciti, Norbano scuote la testa: «Può essere anche una puttana, ma ha buone truppe ed è scaltro come pochi. L’imperatore sta risalendo da sud con altre legioni, ma i Catti si ricongiungeranno agli insorti molto prima che i nostri giungano. A Mogontiacum, in città, Saturnino ha denaro a palate per pagarli. Sono barbari, ma ben organizzati: dei veri guerrieri. Se riesce a unirsi a loro, niente potrà impedirgli di conquistare il potere. Ci siamo solo noi che possiamo fermarlo.» Traiano scosta la tenda e guarda l’accampamento. «Basteremo» dice.

 

To be continued… vi aspettiamo presto con la prossima puntata!

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