Arcana imperii. I segreti dell’impero – quarta puntata

Dopo la battaglia vinta, Traiano e Norbano entrano nel palazzo del defunto governatore Saturnino. Qui Traiano scoprirà i contorni di una congiura e dovrà prendere una decisione fondamentale per il bene dell’impero

Mogontiacum, palazzo del governatore, 25 gennaio 89 d.C.

Il palazzo è immerso nel silenzio e nel buio. I passi di Norbano e Traiano risuonano solitari sui raffinati pavimenti di mosaico che il governatore Saturnino ha voluto per adornare la sua abitazione non appena è stato nominato, affermando che un lontano discendente di Marco Antonio anche tra i barbari del Nord aveva bisogno di certi lussi. I mobili, gli arredi sono rovesciati sul pavimento e disegnano lunghe ombre sinistre alla luce delle torce, le tende e i drappi che ricoprivano letti e divani sono stati portati via, i busti e i soprammobili sono stati rubati o scaraventati a terra. Saputo della sconfitta del governatore, i suoi stessi i servi hanno razziato tutto ciò che potevano, e si sono dati alla fuga, pensando che sarebbe stato più facile trovare pietà presso i barbari che presso l’imperatore.

«Piangerebbe come una donnetta a vedere la sua casa ridotta così.» Dice Norbano, sogghignando.

«Già, è una fortuna che sia morto.» chiosa Traiano. Prima di entrare nel palazzo ha consegnato ad uno dei suoi messi il sacco che contiene la testa di Saturnino. Domiziano ha ordinato che gli venga inviata per poterla esporre a Roma, sui rostri, affinché tutti vedano qual è la fine di chi gli si ribella.

Norbano si siede sulla sella curule al centro della sala, da cui il governatore amministrava la giustizia in nome di Roma e su cui si era fatto omaggiare come nuovo imperatore: «È incredibile quante tragedie scatenino queste sedie. Pare che l’ambizione parta dal culo.»

Traiano ride. Ha imparato ad apprezzare il senso dell’umorismo di Norbano. È un comandante preparato ed efficiente, ma, da bravo romano dell’Urbe, sa anche ridurre la tensione con una battuta salace e muoversi con furbizia nei meandri della vita di corte, mentre lui, da ispanico introverso, prende alle volte tutto troppo seriamente e spesso non si orienta bene nelle girandole della politica. Ciò che gli piace dell’esercito è, invece, il senso di fratellanza nato fra uomini che rischiano assieme la vita, e che abbatte le barriere e fa cadere le stupide ipocrisie. Dopo aver sfiorato la morte in battaglia, tutto viene ridimensionato, persino le cose per cui si è combattuto appaiono in fondo distanti e ridicole.

«Molti ragionano solo con quello.»

Il volto di Norbano diventa improvvisamente serio: «Ma noi no. Non possiamo permettercelo. Per questo ti ho voluto con me. Vieni.»

Si alza e si dirige verso la parte privata dell’abitazione, nello studiolo dietro alla sala delle udienze, dove il Governatore tiene le sue carte. La stanzetta è ingombra di piccoli scrigni in cui sono custoditi documenti e rotoli. Norbano con il gladio inizia a forzarli ed a leggere velocemente gli scritti che vi trova dentro.

«Se quei maledetti servi non se la fossero data a gambe potremmo fare prima! – sbotta – Ma forse è meglio che ci siamo solo noi due.»

Traiano è perplesso: «Ma cosa stai cercando?»

Norbano prima sfugge al suo sguardo, poi lo fissa: «Delle lettere. Una lista di nomi. Prima di ribellarsi Saturnino inviò ai governatori delle province vicine delle missive in cui chiedeva appoggio… per il suo piano.»

Traiano resta stupito, ma afferra subito quanto implica quella confessione: «Ne inviò una anche a te?»

«A me. E a molti altri. Si vantava di poter disporre delle sue legioni, e della riserva di denaro custodita qui a Mogontiacum per pagare i barbari e convincerli ad appoggiarlo e a seguirlo fino a Roma.»

«Per questo sapevi che aveva contattato i Catti! E per questo sei arrivato così velocemente allo scoppio della ribellione. Ora mi spiego molte cose.»

«Non risposi alla sua lettera. E come me gli altri.»

«Ma non hai avvertito Domiziano.» La voce di Traiano è piatta, senza un accenno di riprovazione.

«No, non l’ho fatto. E per Domiziano questo equivarrà ad un tradimento. Non sarà disposto a perdonarci, nemmeno se poi ci siamo battuti contro Saturnino e gli abbiamo salvato il trono. Tu lo sai come è fatto…»

Sì, lo sa come è fatto l’imperatore. Purtroppo in maniera completamente diversa dal fratello Tito, ai cui ordini Traiano ha combattuto in Palestina. Domiziano è un uomo scostante, ombroso, sospettoso, infido, incline al tradimento e alla vendetta. Basta un nulla perché si convinca di essere in pericolo e reagisca in maniera violenta. È un pazzo, e a Roma tutti lo sanno, ma nessuno osa o può dirlo, pena la vita.

«Farà una strage – continua Norbano, quasi parlando più a se stesso – Condannerà a morte non solo noi, ma anche i governatori di tutte le altre province, per timore che lo vogliano detronizzare. Sarebbe un disastro. Non solo per noi. Qui c’è molto di più in gioco che le nostre singole vite. Le frontiere sono insicure, i barbari in agitazione. Se dovesse giustiziare noi comandanti, i confini resterebbero sguarniti e nessuno dei senatori a Roma ha sufficiente esperienza militare per intervenire. Sono politici e non hanno nemmeno idea di cosa stia accadendo in queste terre! I barbari non aspettano altro che un nostro momento di debolezza. Qui non c’è in gioco la vita di un imperatore, Traiano. Qui c’è in gioco la sopravvivenza dell’impero. Dobbiamo trovare quella maledetta lista e distruggerla!»

Traiano guarda la serie di piccoli scrigni e bauli che ingolfano la stanza. Scuote la testa. Conterranno decine e decine di rotoli. Leggerli tutti uno ad uno richiederebbe delle ore. Troppe per giustificare la loro permanenza là dentro al picchetto di soldati che li attende nell’atrio della domus. Porge a Norbano la torcia che ha in mano.

«Brucia tutto, ora. Sono legno, pergamene e papiri, prenderanno fuoco in un attimo. Se me lo chiederanno, dirò che uno dei servi di Saturnino era nascosto qui, e quando ci ha visto ha dato fuoco alla stanza per intralciarci ed è scappato. Nessuno metterà in dubbio la mia parola. E quella lista per me non è mai esistita.»

Norbano gli sorride. Prende la torcia e la lancia nel mezzo della stanzetta. In un attimo i drappi del piccolo letto e i fogli sparsi sul pavimento prendono fuoco, la fiamma risale agli scaffali, attacca i rotoli e si espande sugli scrigni di legno forzati ed aperti. In una vampata, i documenti di Saturnino si trasformano in cenere.

Traiano si para il volto con la mano per evitare il fumo e controlla attentamente che tutto venga bruciato e sia irrecuperabile. Poi esce nel corridoio: «Soldati, allarme! Un incendio! Uomo in fuga!» grida.

I soldati accorrono, si slanciano all’inseguimento di un fantomatico fuggitivo.

Norbano gli fa un cenno con il capo, soddisfatto e sollevato.

«Io e te abbiamo una cena in sospeso, comandante!» dice ridendo con fare cameratesco.

Traiano annuisce, ma non sorride. Sente che qualcosa da prima è cambiato. Non sono più, loro due, soltanto due militari vittoriosi. Condividono qualcosa di più grave e pesante: i segreti dell’impero.

 

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