Arcana imperii. I segreti dell’impero – seconda puntata

La battaglia sta per iniziare. I Catti, le feroci tribù Germaniche alleate del ribelle governatore Saturnino, tentano di passare il Reno attraversando il ponte. Riuscirà Traiano a bloccarli, salvando le legioni da una sicura disfatta?

Dintorni di Antunacum, fine gennaio 89 d.C.

 

Il fiume scorre fangoso e gonfio, tagliando la piana e lasciando intravedere a stento l’altra riva in un’alba quasi senza luce. Trascina con sé pezzi di tronchi, rami, foglie che affondano e riaffiorano travolti dai gorghi e dalle onde oscure, sotto la sferza della pioggia. Il ponte di legno che Cesare ha costruito ai tempi delle guerre galliche è ancora lì, con le sue travi di fondazione inclinate, pensate apposta per resistere alle piene, ma fra il camminamento e le acque ormai restano pochi piedi.

«Questo fiume è un mostro. Niente a che vedere con il nostro Tevere.» dice Norbano, sprezzante.

Traiano resta silenzioso. Come tutti coloro che provengono dall’Italia, Norbano quando parla con lui si dimentica spesso di aver a che fare con un ispanico. In realtà molti dei paragoni che il governatore fa con abitudini e paesaggi romani al comandante della VII Gemina dicono molto poco. Ha vissuto a Roma solo per alcuni mesi, da ragazzino, e ha dell’Urbe un ricordo emozionante, ma sfocato. Tutta la sua esistenza si è svolta sotto le insegne dell’impero, a combattere ai suoi più remoti confini, ma la capitale è per lui come un guscio vuoto, il suo nome un suono a cui non sa spesso associare una immagine definita. Ricorda palazzi ed enormi ville circondate da immensi giardini, e marmi, e statue e monumenti. Ma nella sua mente tutto si confonde senza contorni precisi, come nelle visioni dei sogni. I suoi ricordi veri sono i piccoli cortili ombrosi e verdeggianti nella Betica dove ha giocato da bambino, le strade polverose di Siria, il caldo che ti strozza ai piedi delle mura di Gerusalemme, e queste sconfinate pianure della Germania, dove il freddo ferisce più delle spade. Quel fiume vasto quasi come un mare che gli si para davanti lo colpisce per la sua furia ancestrale, e lo affascina. Il Tevere gli sembra in confronto solo una lunga striscia d’acqua giallastra e pigra.

Le legioni si stanno schierando nella piana. Il nemico, di fronte, fa altrettanto. Tutto avviene in un silenzio quasi irreale, appena rotto dagli echi di qualche comando gridato. Sembra impossibile che migliaia di uomini stiano prendendo posto per combattere, e che per molti di loro quello sarà l’ultimo giorno di vita.

«Legioni contro legioni, lo scontro è alla pari.» dice Norbano.

«Se non arrivano i Catti.»

«Spetta a te evitarlo. Resterai sulla destra, vicino alla sponda del fiume. Non entrare in campo, a meno che non ti renda conto che stiamo per soccombere. Sorveglia il ponte. E fermali. Ad ogni costo.»

Traiano annuisce. È quasi una missione suicida. Di tutte le tribù germaniche i Catti sono la più pericolosa. Non sono solo forti, sono organizzati come un esercito. Se gli altri barbari piovono addosso agli avversari come un’onda scomposta, che se fallisce al primo impatto si spacca in mille rivoli, i Catti sono invece come quel fiume, una massa devastante ma ordinata, che si rovescia addosso ai nemici, li travolge e li annienta, lasciando dietro a sé la distruzione di una piena.

Norbano pare leggere i suoi pensieri. Anche se non lo conosce bene, prova per Traiano un enorme rispetto e un’istintiva simpatia. Gli piacciono la sua determinazione, il modo di fare spiccio e pratico così distante da quello dei Romani cresciuti nell’Urbe, la sua capacità di sintetizzare tutto ciò che serve in pochi laconici e precisi ordini ai soldati. Gli mette una mano sulla spalla: «Domani sera, Traiano, ceneremo entrambi a Mogontiacum, al palazzo di Saturnino. È un ordine!»

Traiano si rammenta la battuta del re spartano Leonida. Sorride: «Accetto il tuo invito, Norbano. Di certo non ho intenzione di cenare nell’Ade.»

 

Antunacum, ponte sul Reno, fine gennaio 89 a.C.

 

L’urlo dei Catti per un attimo sembra sovrastare tutto, persino il rumore delle armi e delle onde del fiume. Traiano si stupisce di sentirlo riecheggiare così forte verso il cielo, perché attorno il mondo intero sembra impazzito. Alle spalle dei suoi uomini infuria la battaglia contro Saturnino. Le legioni di Norbano stanno combattendo ormai corpo a corpo con quelle del governatore ribelle, i cui uomini si battono come leoni. Sanno che per loro l’alternativa alla vittoria è la morte. Se perderanno, Domiziano non è uomo avvezzo alla clemenza: li farà uccidere tutti nelle maniere più crudeli. Il cozzo delle spade sugli scudi, le grida di dolore, le bestemmie, il sibilo delle frecce e il fragore dei proiettili delle baliste e degli scorpioni riempiono la piana, rimbombano ovunque, paiono salire fra le alture fino agli dei.

Ma sono nulla rispetto al boato che esce da quelle migliaia di bocche barbare. Traiano e i suoi li vedono gettarsi di corsa attraverso il ponte, alti, massicci, con i capelli biondi che scendono dagli elmi, le lunghe framee brandite in avanti, gli scudi dai colori sgargianti. Dà l’ordine di lanciare i pili e le frecce. Ma i Catti sembrano invincibili, pochi cadono, la schiera subito si ricompatta, anche alcuni dei colpiti si rialzano come invasati dal furore di un qualche dio, continuano a correre, aumentano anzi la velocità, mentre i legionari fanno fatica a colpirli sullo stretto corridoio del ponte.

«Fate muro! Fate muro!» gridano i centurioni sgolandosi per sovrastare il frastuono. Ma i Catti si scagliano contro le prime file dei legionari come un’onda di piena, usano gli umboni dei loro scudi come arieti per fondare le formazioni e come armi. Li calano dall’alto, di taglio, sulle teste dei romani, sfruttando il fatto che sono più alti di loro. Traiano si rende conto che la battaglia si sta trasformando in una zuffa senza senso, in cui i suoi uomini rischiano di avere la peggio: non possono retrocedere per non finire in mezzo alle armate di Saturnino, non possono reggere la spinta dei Catti, scivolano sul terreno imbevuto d’acqua e ridotto ad una palude. Rischiano di fare la fine del topo.

D’impeto vorrebbe gettarsi anche lui nella mischia al galoppo, menando fendenti sulle teste dei barbari per salvare i suoi uomini. Ma una improvvisa illuminazione lo coglie quando sotto al fragore delle urla sente il sordo rumore delle acque del fiume. Lo guarda. Piove, ancora, come sempre. Il ponte regge, ma ormai le acque del Reno sono quasi al livello della pavimentazione. Svelto, tira le briglie del cavallo e si dirige nelle retrovie verso la postazione degli onagri, le piccole catapulte in dotazione ad ogni legione.

«Colpite il ponte!» ordina.

Gli artiglieri si guardarono stupiti. Finora hanno tenuto le loro catapulte girate nel verso della battaglia principale, per colpire le armate di Saturnino. Ma è un attimo. Sono abituati a non discutere mai gli ordini ricevuti da un superiore, tanto meno se, come in questo caso, è il loro comandante. Con grande sforzo, in fretta, mutano la direzione della macchina, mentre il magister ballistarius e il suo optio calcolano la traiettoria, girano le leve per mettere l’arma in tensione, caricano nella cucchiara una grossa pietra, tendono al massimo i fili di canapa intrecciati e poi con uno strappo brusco fanno partire il proiettile. La pietra disegna una lunga parabola nel cielo grigio, cade veloce vicino al ponte ma si inabissa a pochi metri, senza toccarlo.

«È troppo lontano perché riusciamo a prenderlo in pieno! Non riusciremo mai a buttarlo giù!» grida il magister ballistarius.

«Non serve che lo buttiamo giù, ma dobbiamo colpirlo almeno di striscio! La piena del Reno farà il resto!»

Il magister annuisce, ora gli è più chiaro cosa deve fare. Dà un paio di ordini secchi ai suoi sottoposti, che virano la macchina ancora di qualche grado. Armano un nuovo colpo, tendono la corda. Stavolta la pietra si alza in volo più in alto, disegna una parabola e cade veloce e pesante, colpendo uno dei pilastri del ponte, che collassa e si spezza, e lancia in aria un’esplosione di schegge.

La struttura in legno ondeggia violentemente. Il peso dei barbari sopra è troppo, il pavimento del ponte si inclina quel tanto che basta perché le onde del fiume lo lambiscano. L’acqua con la sua forza dirompente travolge le passerelle e i pali, che scivolano sul fondo, come canne strappate dalla furia della piena. Il ponte si apre, e una voragine inghiotte i Catti che lo stanno percorrendo. Il grido di guerra si trasforma in un urlo di terrore. I barbari già arrivati sulla sponda, udendo alle loro spalle il boato e i guaiti scomposti dei compagni travolti, si girano per capire cosa stia succedendo.

«All’assalto, ora!» ordina Traiano, che è corso di nuovo in avanti e approfitta di quell’attimo di distrazione.

I legionari sguainano le spade, si gettano nel corpo a corpo. Isolano i barbari in piccoli gruppi e li colpiscono alle costole, affondano le spade nei loro fianchi e nelle pance scoperte, perché i Catti combattono senza corazze e protezioni. I nemici, frastornati, cercano di riparasi con gli scudi, indietreggiano, tentano la fuga nel canneto presso la sponda, ma qui l’acqua del Reno, impietosa e feroce, li risucchia e li porta via, fra i suoi gorghi.

«Abbiamo vinto!» grida uno dei tribuni angusticlavi che è al fianco di Traiano.

«Non ancora. – lo redarguisce il comandante – Andiamo a stanare Saturnino!»

To be continued… vi aspettiamo il 24 febbraio con la prossima puntata!

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