Dietro le quinte del lavoro degli archeologi

Marina Milella

Storia di una mano

Diversi frammenti provenienti dal Foro di Traiano e che erano conservati nei depositi del Museo dei Fori Imperiali sono esposti al pubblico per la prima volta in occasione della mostra. Ma come sono arrivati nelle nostre vetrine?

Migliaia di frammenti di piccole dimensioni furono rinvenuti negli scavi degli anni ’30 del Novecento. All’epoca molti furono ordinatamente sistemati in aree al coperto e con il tempo furono fotografati e sistemati sugli scaffali che ancora oggi li ospitano. Tuttora sono oggetto di costanti attenzioni e di periodici controlli.

Mano destra di statua maschile colossale (area Basilica Ulpia), dal Museo dei Fori Imperiali

 

Può accadere che un frammento “dimenticato” venga “riscoperto”, come in un vero e proprio “scavo nei depositi”, e che, ponendo questa volta le domande giuste, si riesca a fargli raccontare la sua storia.

In occasione di una normale attività di controllo degli scaffali il frammento di una mano ci ha colpito, per le sue grandi dimensioni e per la qualità della scultura. Si capiva che era la mano destra di una statua molto grande, che doveva raffigurare un personaggio maschile. Ma quanto era grande? Una statua di chi? Dove poteva trovarsi in origine?

Abbiamo cercato di ricostruire quanto più grande fosse della mano di un uomo (circa 3 volte il vero) e quindi quanto potesse essere alta, tenendo conto anche delle proporzioni interne che normalmente venivano applicate tra le parti del corpo, un’ipotetica statua in piedi (circa 5.30 m, pari a 18 piedi romani).

La mano conserva solo un accenno delle dita, ma si vede che doveva essere aperta, con le dita leggermente piegate, in una posa rilassata e naturale. Le vene in evidenza sul dorso fanno pensare che potesse essere abbandonata sul fianco, senza reggere nessun oggetto e che più probabilmente appartenesse ad una statua in piedi.

Lo stile scultoreo, con la raffinata resa dei particolari anatomici e anche le linee del palmo ben delineate sebbene non dovessero essere particolarmente visibili, si accordano con una scultura di epoca traianea, che doveva appartenere quindi all’apparato decorativo originario di uno degli edifici del Foro e in particolare, a giudicare dall’indizio costituito dal luogo attuale di collocazione, della Basilica Ulpia, presumibilmente nella nicchia che sappiamo esisteva sul fondo di una delle absidi, inquadrata da colonne della stessa grandezza di quelle attualmente visibili rialzate nell’area archeologica.

Le basiliche civili antiche, sede di attività giudiziaria, avevano spesso cicli statuari della famiglia imperiale, esposti in appositi spazi e aggiornati con il passare del tempo, offerti dai più importanti membri delle comunità locali, come segno di lealtà verso il potere centrale e come manifestazione tangibile del proprio prestigio.

Nella Basilica Ulpia, in questa posizione preminente che abbiamo immaginato, possiamo pensare a una grande statua dello stesso imperatore Traiano, che poteva essere in abiti militari, con una corazza decorata, o in abiti civili, in toga, nelle sue funzioni di generale vittorioso o di saggio amministratore.

In mostra, accanto alla mano del Museo dei Fori Imperiali, è stata esposta una mano sinistra rinvenuta nei sotterranei sotto il tempio dedicato a Traiano divinizzato a Pergamo (oggi in Turchia) e che si ritiene appartenere alla statua di culto collocata nella cella: nonostante la sua importanza, tuttavia, il confronto tra le due mani rende evidente che tale statua era di dimensioni inferiori a quella della Basilica Ulpia.

Mano sinistra colossale della statua di culto del Traianeum di Pergamo, dal Antikensammlung di Berlino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia delle sfingi

 Un altro gruppo riscoperto durante operazioni di sistemazione dei depositi è costituito da diversi piccoli frammenti ricostruibili come appartenenti ad un fregio con sfingi, che doveva far parte della decorazione della Basilica Ulpia. Questi frammenti erano sfuggiti agli scavatori dei grandi scavi del Governatorato di Roma negli anni Trenta del Novecento (che li avevano sistemati in gruppo con i diversi frammenti di fregi con grifoni), e il motivo non era neppure noto, nemmeno parzialmente grazie a qualche lastra confluita dalle collezioni della Roma papale in qualche grande museo europeo, come accade invece per gli altri fregi figurati utilizzati nel complesso forense.

Riesaminando a tappeto i materiali dagli scavi novecenteschi fu invece possibile notare che alcuni frammenti mostravano sul petto di un felino alato lunghe ciocche di capelli di una testa femminile: si trattava dunque non di un grifone, ma di una sfinge. Altri frammenti con felini alati dal corpo più magro e sottile o con una crocchia di capelli su una nuca femminile, o ancora con un candelabro accanto al quale si vedeva un tratto di coda, permettevano di ricomporre la figura di una sfinge accovacciata e con una zampa anteriore sollevata e di proporre l’ipotesi che la composizione del fregio con le sfingi fosse nell’insieme simile a quella del già noto fregio con i grifoni, di tipo “araldico”: coppie di animali affrontate divise da candelabri. I frammenti conservati appartengono ad almeno cinque animali diversi, curiosamente però, tutti volti dallo stesso lato, che guardano cioè verso sinistra, rendendo quindi possibili anche ipotesi ricostruttive diverse per la composizione del fregio.

La presenza di una piccola parte del coronamento del sottostante architrave, intagliato insieme al fregio, permette di ricostruire con certezza le dimensioni dei blocchi architettonici e di attribuire dunque il motivo al primo ordine della Basilica Ulpia, insieme al fregio con le Vittorie tauroctone e a quello con Amorini e candelabri vegetali.

Una ricomposizione “fisica” dei diversi frammenti è però quasi impossibile: tutti si sovrappongono almeno parzialmente tra loro, anche se quasi ognuno di essi offre un pezzetto in più di figura. Ci aiutano però le nuove tecnologie: grazie al progetto CO.B.RA., condotto dall’ENEA e finanziato dalla Regione Lazio, è stato possibile effettuare la scansione a luce strutturata dei 14 frammenti conservati, ottenendone le restituzioni 3D ad alta risoluzione. Alcune di queste sono state poi sovrapposte e “fuse” in modo semiautomatico per ottenere una ricostruzione “virtuale” del motivo del fregio, mostrata al pubblico in un video.

La sfinge di “tipo greco” (diversa dalla celeberrima sfinge egizia con corpo di leone e volto umano, senza ali) è un motivo iconografico ben rappresentato nell’arte greca e romana. Nel mito era un mostro del mondo sotterraneo, con testa di donna, corpo felino e ali d’aquila, che compare nella vicenda di Edipo: inviata da Era per punire la città di Tebe, fermava tutti i viandanti, ponendo loro un enigma e, se non erano in grado di scioglierlo, li divorava. Edipo risolse l’indovinello, sconfiggendo il mostro, e ottenne in cambio il trono di Tebe.

La figura delle sfinge, grazie ai suoi legami con il mondo sotterraneo, venne spesso utilizzata in ambito funerario: era posta a protezione della tomba e spesso compariva sui fianchi dei sarcofagi, in pendant con il grifone. Sempre con un significato apotropaico (di protezione contro le forze oscure), venne usata anche come decorazioni di elmi e corazze.

Con il passare del tempo dovette assumere un valore semplicemente decorativo, anche se probabilmente vi si affiancava un ricordo del suo originario significato di minacciosa potenza. Grazie a questa valenza fu probabilmente utilizzata anche nel fregio traianeo, inserito nell’articolato programma figurativo del complesso forense. Questo utilizzo nei fregi architettonici, a differenza di quanto accade per la figura del grifone, rappresenta tuttavia per quanto ci è oggi noto un unicum, che non si ritrova in altri casi né prima né dopo il Foro di Traiano.

 

Frammento di fregio-architrave con sfingi (absidi della Basilica Ulpia), dal Museo dei Fori Imperiali
Frammento di fregio-architrave con sfingi (absidi della Basilica Ulpia), dal Museo dei Fori Imperiali
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