Il Foro e i Mercati di Traiano: la datazione e l’ideazione dei due complessi

Lucrezia Ungaro

 

Pianta ricostruttiva del Foro di Traiano (in giallo) e dei Mercati di Traiano (in rosso) nella topografia odierna

Recentemente, abbiamo rivalutato dati già noti e indagini recenti che permettono una diversa lettura della genesi di questi edifici rivoluzionari per l’epoca.

La distribuzione dei bolli laterizi nell’area del Foro di Traiano e nella parte inferiore dei Mercati di Traiano, la particolare struttura dello sperone sud dei Mercati di Traiano ed altre considerazioni collaterali fanno decisamente pensare ad un decisivo ruolo di Domiziano nell’assetto dell’area, a cominciare dalla rimozione del mons che sviluppava circa 316.000 mc e che fu scavato da 800-1200 persone al lavoro, ogni giorno, per almeno un anno.

È possibile che lo scavo della pendice del Quirinale possa essere avvenuta in uno o due degli anni compresi tra il 90 e il 96, gli stessi in cui si colloca la realizzazione del Foro che sarà inaugurato nella sua definitiva versione da Nerva nel 97 e che da lui prenderà nome.

L’architetto di Domiziano, Rabirio, autore della Domus Flavia, la residenza imperiale sul Palatino, potrebbe aver avuto un ruolo nel delineare la pianta del nuovo foro, almeno nelle sue linee generali, ma l’adozione delle audaci e innovative soluzioni tecniche introdotte per la realizzazione del complesso traianeo rimangono tutte attribuibili ad Apollodoro e alla sua scuola.

 

I sei livelli dei Mercati di Traiano

 

I Mercati di Traiano
Progettare e costruire ai tempi di Traiano: com’erano bravi questi romani! 

Traiano prosegue in un’opera di proporzioni gigantesche: tutto è oltre la misura di quello che già era stato costruito!

E nel caso dei Mercati di Traiano, una delle domande che ricorrono di più quando li visitano è: ma l’edificio è davvero antico? E come mai non è crollato? Studi, indagini e restauri degli ultimi 15 anni hanno cercato di dare risposte concrete a queste domande. 

Il massiccio complesso in laterizi è una scommessa (vinta) dal punto di vista ingegneristico e della trasformazione del paesaggio urbano: protagonisti l’uso dell’opera cementizia e i sistemi di copertura a volte di ogni genere!

L’eliminazione di un declivio tra il colle Quirinale (il percorso attuale di via della Salita del Grillo) e il Campidoglio (verso l’attuale Foro di Cesare) per fare posto al più esteso impianto forense dell’Impero, comporta il rafforzamento delle pendici del Quirinale fortemente regolarizzate e la tenuta statica di un salto di quota ragguardevole tra i 36 e i 40 metri! I progettisti e costruttori romani foderano questa parete con una struttura ad arco rovesciato, quello che chiamiamo il Grande Emiciclo, con due grandi Aule semicircolari ai margini: una struttura che regge perfettamente la spinta delle terre e permette anche di articolarne gli spazi in modo utile. Una strada pedonale basolata mette in comunicazione col contiguo Foro e con una scala urbana che sale alla Suburra.

A mezza costa un percorso viario che mette invece in comunicazione il Campo Marzio e la Suburra, la sua denominazione tardo latina sarà via Biberatica: sotto il suo basolato un’ampia, alta intercapedine assicura la struttura sottostante dall’umidità del terreno!

La parte superiore del complesso cambia completamente registro: infatti la via cammina incuneata tra alti edifici e noi oggi vediamo l’alta fabbrica a più piani, finestrata, che doveva ospitare gli uffici pubblici del funzionario preposto alla gestione amministrativa e pratica del sottostante Foro. Da ultimo, si dispone verso nord lo stabile della Grande Aula, arditamente disposta a raccordare con i suoi piani sfalsati il livello della Biberatica con quello dell’attuale percorso di via della Torre, dalla presenza della più alta Torre medievale di Roma, la Torre delle Milizie.

L’Aula è coperta da un sistema di sei volte a crociera in opera cementizia che distribuisce il peso su piedritti in travertino e opera muraria, sulle pareti degli ambienti sottostanti, su mensoloni ora scomparsi: un sistema sofisticato, innovativo, che darà il via alle grandi costruzioni termali!

Le analisi che abbiamo potuto effettuare grazie a laboratori statunitensi e varie equipe di ricercatori, dimostrano che i Romani conoscevano profondamente e sperimentavano la combinazione di materiali da costruzione diversi provenienti da cave differenti a seconda delle necessità, e addirittura avevano individuato una componente, la strälingite, che in sostanza “arma” l’opera cementizia e l’avevano infatti utilizzata solo dove lo scarico dei pesi esigeva il rafforzamento. La grande volta ha subito pesanti danni durante i gravi e rovinosi terremoti che hanno colpito la città, due gravissimi nel 1349 e nel 1703, ma non è crollata!

Non solo: i nostri avi si erano anche posti il problema di presidi antisismici. Gli archetti di raccordo tra la volta centrale e gli ambienti laterali del primo piano non hanno semplicemente carattere estetico ma svolgono un’azione di tenuta in caso di evento sismico!

Tutto il complesso vede l’applicazione di coperture a volta di ogni genere a seconda della necessità, con la sperimentazione di centine armate in diversi modi. L’organizzazione del grande cantiere è complesso: sicuramente operano diverse maestranze per diversi lotti con esiti non sempre omogenei, dovuti forse anche a diversi investimenti. Importante per la storia del monumento e per seguire l’andamento dei lavori la distribuzione dei numerosi laterizi, provenienti da importanti fabbriche di mattoni, i cui bolli raccontano dei proprietari e dei lavoratori, spesso ambedue categorie al femminile!

 

Il Foro di Traiano, una delle meraviglie del mondo antico
Il trionfo di marmo

 Abbiamo visto l’importanza politica e sociale che assumono le due campagne in Dacia: a ricordo di questa memorabile impresa, Traiano fa costruire nella capitale il suo Foro, una costruzione talmente eccezionale che desta meraviglia anche nei secoli successivi per la grandiosità dell’architettura e la ricchezza della decorazione in marmi bianchi e colorati, statue, rilievi, fregi. 

Il Foro di Traiano è l’esito di un programma ideologico e visuale ben preciso, di una grande scenografia tradotta in ordini architettonici giganti e decorazioni complesse. La gigantesca piazza è dominata verso sud dal monumento equestre posto in diretta relazione con il fronte meridionale e quindi in collegamento ideale e materiale col Foro di Augusto. Sugli altri tre lati, sugli attici delle facciate dei portici e della Basilica Ulpia, mostra la ripetitiva distribuzione dei motivi decorativi ricorrenti: figure di barbari (Daci) e, come sui basamenti dell’equus Traiani e della Colonna, cataste di armi. La materializzazione del trionfo sul lato settentrionale del complesso culmina nella Colonna. La raffigurazione di Daci e armi era già codificata prima di Traiano, ma è con lui che tutto diventa monumentale e quasi… ossessivo!

Le cataste di armi sono un motivo antico sia in ambito greco-ellenistico sia in ambito gallico-celtico. Tra i molti frammenti componenti i pannelli con armi che proponiamo di ricomporre sulla facciata della Basilica Ulpia, compaiono armi di vinti e vincitori, e anche di popolazioni “barbare” poi inglobate nell’Impero che nelle campagne daciche combattono per i Romani: sulla Colonna infatti sono più le truppe “ausiliarie” a vedersi negli scontri piuttosto che le legioni dei Romani, rappresentate soprattutto in attività “civili” come aprire strade, costruire ponti, organizzare castra più o meno temporanei, ecc.

Sulla Colonna compare l’altro segno riconducibile al trionfo e al rapporto col testo del De bello dacico perduto: l’immagine al centro del fregio, la Vittoria che scrive le gesta di Traiano sul suo scudo, fiancheggiata da trofei. Queste “icone” della Vittoria e del Trionfo prima di Traiano sono ampiamente impiegate da Domiziano. Infatti, la rappresentazione e l’associazione del barbaro, del trofeo-catasta e della Vittoria trovano già espliciti riferimenti in edifici pubblici. Come accaduto già con Augusto, vi sono dei rimandi tra l’ambito “privato” della residenza sul Palatino e il centro del potere politico, il Foro. Dal palazzo imperiale, infatti, dalla facciata dell’Aula Regia, viene un fregio con Vittoria che incorona un trofeo nel quale si riconoscono armi daciche. Lo stesso Domiziano del resto combatte i Daci ma non celebra alcun trionfo a Roma: toccherà a Traiano infatti portare a compimento l’impresa di debellare il popolo dacico dopo ben 200 anni, una vittoria “eccezionale” con un definitivo e stabile ampliamento dell’Impero (che non “crescerà” più dopo di lui), celebrata con monumenti eccezionali, la Colonna e il Tropaeum Traiani ad Adamklissi.

La prima è la traduzione in marmo del De bello dacico, un’operazione analoga (seppure in modo diverso) alla trasposizione di alcuni aspetti del testo testamentario delle Res gestae nel programma figurativo del Foro di Augusto. Qui si dispiega il messaggio dell’optimus princeps (così denominato nel 114) ed è la Colonna il suo monumento celebrativo, che lo differenzia da tutti i predecessori per il modo con cui viene comunicata la sua immagine.

Sul sublime nastro che avvolge il fusto della Colonna il cui scopo è “essere innalzati sopra ogni altro mortale”, Traiano è ossessivamente presente, “fotografato” sempre in mezzo al suo vero popolo, l’esercito; al tempo stesso, il racconto scolpito pare il manifesto di una campagna di propaganda negativa contro l’altro, il diverso, che inevitabilmente finisce sconfitto, malgrado gli si riconoscano coraggio e forza. Il popolo dacico lotta per la propria libertà sotto la guida dell’alter ego dell’imperatore, Decebalo.

L’esodo finale delle popolazioni superstiti risparmiate da Traiano mostra chiaramente l’allontanamento verso altri territori confinati, malgrado il segnale, tanto sottolineato come positivo, della rinascita del territorio nell’erba appena spuntata. In realtà, al contrario di quello che accade in altri territori, conquistati ed inglobati insieme alla popolazione considerata una risorsa, nel caso dei Daci la società viene bruscamente destrutturata, la classe medio-alta dei religiosi annientata, la nobiltà guerriera scompare, i pochi superstiti di alto livello migrano altrove, le perdite umane sono enormi e gli appartenenti ai livelli più popolari che resistono non hanno più punti di riferimento, sono emarginati. I Daci, numerosi sulla piazza forense, evocano questa drammatica sottomissione di un popolo e delle sue classi più elevate.

La Colonna rappresenta la novità: riprende sistemi di rappresentazione noti nell’arte romana e nel suo sistema di comunicazione, ma ne fa qualcosa di diverso, raffigurando la consecratio e l’apoteosi dell’imperatore (cui alludono le aquile ad ali dispiegate sul basamento) che prelude alla divinizzazione. Esalta la virtus, la pietas, la sapientia che, in modo diverso, insieme alla prosperità, verranno celebrate nei fregi all’interno degli edifici e sulle facciate contrapposte sud e nord della piazza (la nord coincidente con quella della Basilica Ulpia). Essendo una esternalizzazione del testo dei Commentarii, la sequenza sistematica delle scene non deve essere necessariamente “letta”: la Colonna in se stessa rappresenta Traiano che si eleva al di sopra dei mortali verso gli dei. Ma nel contempo ribadisce, come aveva stigmatizzato Augusto, che la pace si raggiunge attraverso le guerre.

I Mercati di Traiano illuminati
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