La memoria di Traiano nel tempo. La leggenda medievale cristiana e il mito umanistico della giustizia di Traiano

Maria Paola Del Moro

Pseudo-Jacopino, Gregorio orante e la salvazione dell’anima di Traiano, 1330-1335, Pinacoteca Nazionale, Bologna, particolare

La scelta di concludere il percorso espositivo con la sezione dedicata alla trasmissione e alla percezione dell’immagine di Traiano nel tempo è stata naturale, dato il ruolo eminente che questo imperatore ha ricoperto nella storia. L’opportunità della scelta è stata confermata dalla singolare fortuna che la figura di Traiano ha avuto nel Medio Evo cristiano e nel Rinascimento laico, intendendo con questo termine i diversi movimenti di “rinascita” culturale che in epoca moderna hanno interessato l’Europa occidentale e alcune aree del Centro-Nord Italia.

Ma se il valore e le doti militari, politiche e amministrative dell’Imperatore avevano valso la sua acclamazione come optimus princeps da parte dei suoi successori e sembravano – e volevano – destinarlo a una gloria e a una memoria imperitura, al contrario la nuova società cristiana ne avrebbe dovuto decretare l’oblio, in quanto egli rappresentava la massima autorità pontificale della religione pagana, o, piuttosto, la dannazione, perché egli aveva perseguitato la Chiesa; straordinariamente, invece, essa ha “salvato” la memoria e addirittura l’anima di Traiano, facendone l’unico imperatore pagano associato in modo positivo a Cristo oltre Augusto, altra figura di eccezione dell’antica Roma.

Ecco, è questo capovolgimento ideologico che sorprende e che costituisce l’elemento più originale della ricerca. La sezione, dunque, vuole mostrare e spiegare il processo mentale seguito, “illustrando” – termine più che corretto, perché si basa su immagini – i modi e i mezzi con i quali esso è avvenuto ed ha trasformato la storia in leggenda medievale e infine in mito umanistico. Essa, dunque, a differenza delle altre parti della mostra, è “immateriale”: non è costruita sui reperti archeologici, ma è ricostruita attraverso il racconto delle fonti scritte e iconografiche affidato alla proiezione animata delle opere più significative e rivolto all’evocazione dell’ambiente culturale che le ha prodotte.

Il primo punto da considerare è l’origine della “fortuna” di Traiano. Essa si è formata sulle qualità dell’imperatore, ma è stata sostenuta dai successori all’interno della propaganda funzionale all’affermazione del proprio potere. La sua politica fu infatti ripresa dagli imperatori di III e IV secolo che, a partire da Decio (249-251 d.C.) e con continuità dopo Costantino, si proposero come nuovi Traiani, difensori vittoriosi dei confini e della tradizione di Roma.

Il successo del modello è stato la base concettuale che ha permesso di superare i punti deboli del principe, in particolare la persecuzione contro i cristiani. La testimonianza più nota sulla sua politica religiosa è costituita dallo scambio epistolare che ebbe con Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, sul comportamento da adottare verso di loro (Plin., epist., X, 96-97); malgrado egli reputasse la Chiesa una comunità illecita e la fede individuale una colpa da punire, molti storici lo hanno ritenuto non ostile ai cristiani per aver dichiarato che essi “non andavano cercati”. Gli scrittori antichi ricordavano invece che sotto Traiano morirono molti cristiani, tra i quali Ignazio vescovo di Antiochia, portato in catene a Roma per essere fatto sbranare dalle belve nel circo, e a lungo mantennero verso di lui un giudizio negativo, come Sant’Agostino vescovo d’Ippona, o evitarono di nominarlo, come Sant’Ambrogio vescovo di Milano.

Costantino (306-337) e i successivi imperatori cristiani orientarono pertanto la propria propaganda sull’esaltazione degli aspetti migliori di Traiano. Teodosio (379-395) sottolineò lo stretto rapporto personale: entrambi provenivano dalla penisola iberica e avevano meritato il trono per le doti militari; sotto di lui, inoltre, il modello traianeo costituì un punto di unione con le potenti famiglie senatorie pagane dei Nicomachi e dei Simmachi, per le quali la propria identità si identificava nella storia e nella cultura classica. Tale rapporto con la tradizione fu proprio anche delle famiglie aristocratiche cristiane e fu sostenuto ancora nel VI secolo dai Simmachi e dagli Anici.

Questo passaggio è importante per capire come Traiano, imperatore pagano per di più compromesso per essere stato persecutore, riuscì a superare l’accezione negativa in una società ormai cristianizzata e ad essere veicolato nella concezione medievale fino a superare l’ineluttabilità del suo destino di dannato.

Il tramite fu papa Gregorio Magno (590-604). La possibile motivazione del suo interesse verso l’imperatore fu probabilmente dovuta alla sua appartenenza agli Anici e quindi all’apprezzamento della clemenza e della giustizia di Traiano come parte della tradizione familiare. Per queste qualità morali Gregorio avrebbe elaborato una storia che consentisse la salvazione dell’anima del “buon principe”, dannata nell’inferno perché pagana.

Secondo il racconto noto come “leggenda della giustizia di Traiano” contenuto nella Vita Sancti Gregorii Magni, l’imperatore a cavallo, pronto a partire con il suo esercito, venne fermato da una vedova che lo supplicò di renderle giustizia per l’uccisione del figlio; alla promessa di farlo al suo ritorno dalla guerra, lei replicò che sarebbe potuto non tornare; Traiano allora le disse che lo avrebbe fatto il suo successore, ma alle parole della donna che in quel caso lui non avrebbe mantenuto il suo impegno, scese da cavallo, cercò e punì il colpevole e solo allora partì.

La rievocazione della leggenda avvenne a Gregorio mentre attraversava il Foro di Traiano, ricordando quanto sapeva o, secondo una variante, perché ne venne a conoscenza osservando “le raffigurazioni delle gesta” dell’imperatore. Il pontefice, commosso, pregò con ardore per la salvezza dell’anima di un uomo così giusto. Dio ascoltò le sue preghiere, ma lo ammonì a non ripetere più simili richieste per un pagano o, secondo un testo diverso, lo punì con malattie.

Il racconto, che presenta varianti nella seconda parte, è noto dalle versioni scritte dall’Anonimo di Whitby all’inizio dell’VIII secolo, da Giovanni Diacono nel tardo IX e dall’interpolatore del testo di Paolo Diacono alla fine del IX o all’inizio del X. La sua fortuna è dimostrata dalle molteplici rielaborazioni scritte e dalla diffusione attraverso l’arte.

Per la rinascita filosofica del XII secolo Traiano fu visto come esempio di virtù, secondo una visione “umanistica” che caratterizzò la divulgazione della leggenda fino alla letteratura italiana in volgare. Giovanni di Salisbury sviluppò il racconto con la vedova nel Policratycus e il suo testo confluì in varie opere, tra cui lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais, arrivando nel Fiore dei filosofi e nel Novellino. Nel proliferare di trascrizioni in Europa vennero aggiunti particolari, quali l’individuazione dell’assassino nel figlio di Traiano, l’atto di giustizia dell’imperatore che consegnò il proprio figlio alla vedova in sostituzione del suo e il rinvenimento, da parte di Gregorio che volle disseppellire il corpo di Traiano, della lingua ancora sana, a dimostrazione del fatto che “era stato giustissimo uomo, e giustamente aveva parlato”.

La filosofia scolastica del Trecento approfondì invece le questioni teologiche della preghiera per i defunti e dell’impossibilità per un pagano, sia pure meritevole, di ascendere in Paradiso. Tommaso d’Aquino risolse il dilemma aperto da Gregorio indicando che, per l’intercessione del papa, a Traiano era stata data la possibilità di risorgere per potersi convertire ed avere il battesimo, e, quindi come cristiano salire in Cielo.

Tra le diverse fonti, si distingue Dante Alighieri. Per lui Traiano è un’eccezione, in quanto mostra l’insondabilità e l’infallibilità della predestinazione divina. Nel Purgatorio (X, 73-96) lo evoca tra gli esempi di umiltà proposti ai superbi attraverso la scena della vedova, istoriata sul rilievo marmoreo che fascia la prima cornice della montagna, sottolineando il carattere miracoloso del “visibil parlare” della scultura che esprime la parola. Nel Paradiso (XX, 101-117) lo celebra come spirito giustissimo nell’occhio dell’Aquila in quanto è “colui che la vedovella consolò del figlio”, e ricorda che morì cristiano perché la sua anima, tratta dall’Inferno per le preghiere di Gregorio, tornò per breve tempo nel corpo e credette con tale fede da meritare il Paradiso dopo la seconda morte. La posizione artistica di Dante è fondamentale come punto di raccolta delle tante storie esistenti e per l’autorità del suo “visibil parlare”. In nessun testo infatti risulta che la scena della vedova fosse rappresentata sulla Colonna Traiana, ma la menzione delle gesta dell’imperatore viste da Gregorio mentre percorreva il Foro in una versione della Vitala forza della descrizione di Dante, che sembra trascriverne il rilievo marmoreo, hanno indotto molti studiosi a ritenere che la leggenda sia nata dall’interpretazione di una scena della colonna con Traiano a cavallo e una figura femminile supplice rappresentante forse la Dacia vinta, ovvero un supplice o un caduto. Verosimilmente, essa è una trasposizione “ideale”, evocata dalle varie raffigurazioni con imperatore e supplici scolpite sulla Colonna e sul grande fregio di Traiano.

Il fraintendimento sarebbe comunque nato dall’effettiva esistenza di un racconto simile, ma riferito da Dione Cassio all’imperatore Adriano (69, 6,3): a una donna che gli chiedeva giustizia, Adriano prima disse di non avere tempo, poi, al suo ammonimento “se non hai tempo, dunque smetti di fare l’imperatore”, le concesse quanto chiedeva. La sostituzione del nome di Traiano potrebbe essere avvenuta tra il IV e il V secolo ad opera di scrittori della cerchia storiografia senatoria tardoantica, favorevoli a Traiano e non al suo successore. Gregorio l’avrebbe poi consacrata.

L’autorità indiscussa del papa nel Medioevo segnò anche la formazione iconografica del racconto, divulgato tramite la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze.

La più antica rappresentazione nota di Traiano esula però da questo tema ed è inserita all’interno del ciclo di pitture su Sant’Eustachio databile intorno al 1035 e riscoperto nel 1979 nel sottotetto della Cattedrale di Aosta. In due scene contrapposte Traiano reintegra Eustachio nell’esercito, mentre Adriano lo condanna al martirio. Traiano è anziano, barbato, ha uno scettro liscio ed è seduto su un faldistorio con protomi leonine in un contesto militare, davanti a un padiglione e ai suoi soldati; Adriano, in volontario contrasto, è giovane e imberbe, porta la corona gemmata, un manto prezioso e lo scettro decorato e siede su un trono davanti ad un edificio urbano in cui si intravede un personaggio.

L’eccezionalità degli affreschi, che raccontano l’intera vita di Sant’Eustachio e non una singola scena in un’area geografica e in un’epoca nelle quali peraltro non ne è attestato il culto, ha fatto ipotizzare la sua provenienza da un modello romano, forse trasmesso tramite Umberto Biancamano conte di Savoia. Il modello romano può comunque essere individuato nella resa di Traiano, anziano, austero e in contesto militare, secondo la Passio del santo ma anche la storiografia antica.

Fanno invece parte dell’iconografia “gregoriana” le rappresentazioni medievali prodotte nel Tre-Quattrocento in contesti religiosi dell’Italia centro-settentrionale e d’Oltralpe, forse come manifesto della supremazia del papato sull’impero o comunque sull’autorità civile.

Le due parti della leggenda della giustizia furono riprese nel ciclo della vita di San Gregorio dipinto nella Cappella Bardi della Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze dallo PseudoDalmazio (1360-1370); altrimenti, la sola scena della salvazione, con il papa che prega o che trae l’imperatore dall’Inferno, fu inserita dai committenti all’interno di cicli pittorici dedicati ad altre figure sacre, come nel polittico con scene della Vergine dello Pseudo Jacopino, realizzato a Bologna negli anni 1330-1335 per la chiesa domenicana di Santa Maria Nuova. Nel riquadro in alto a sinistra Gregorio vecchio è inginocchiato con due personaggi sotto il sepolcro di Traiano e prega per la salvezza dell’anima dell’imperatore, che emerge dalla terra assistita da angeli (fig. 1). Le didascalie in latino indicano i soggetti cui si riferiscono: SEPULCRU[M] TRAIANI I[MPE]RATORIS. S. GREGORIUS. A[N]I[M]A TRAIANI.

L’identificazione della scena era però così chiara, che raramente venne accompagnata da didascalie. Nel trittico dei Padri della Chiesa eseguito intorno al 1480 da Michael Pacher per l’Abbazia di Novacella presso Bressanone, “parla” infatti il gesto di Gregorio, che trae a sé l’anima di Traiano, barbato e coronato, dalle fiamme dell’Inferno.

L’intera leggenda, arricchita dal ritrovamento della lingua ancora viva di Traiano, fu riprodotta da Rogier van der Weyden intorno al 1430 per il Municipio di Bruxelles in un dipinto ora perduto, noto dalla copia di un arazzo della Sala della Corte del vescovo di Losanna (fig. 2).

La scomparsa del tema fu segnata dalla Controriforma. Ad esso si sostituì nel Quattro-Cinquecento la nuova “fortuna” di Traiano, di spirito laico e legata alla cultura della “memoria dell’Antico”. La scena della vedova, posta in un contesto urbano caratterizzato dai monumenti più significativi, in alcuni casi includente la Colonna di Traiano, fu arricchita di personaggi – primo tra tutti il giovane figlio della vedova steso morto a terra – e di particolari. Un esempio è la pittura murale dipinta nel 1517 sulla facciata di Casa Cattanei a Verona, attribuita a Girolamo Mocetta e conservata nel museo di Castelvecchio (fig. 3).

Il motivo iconografico fu particolarmente diffuso nelle arti minori e fu talvolta utilizzato in oggetti destinati a personaggi importanti, come il cassone per le nozze di Paola Gonzaga nel 1477, attribuito alla cerchia di Andrea Mantegna, o il piatto in maiolica realizzato a Urbino nel 1524 con lo stemma di Isabella d’Este.

Il perdurare della scena è attestato fino all’Ottocento, in rapporto a movimenti culturali ispirati all’antico, come nel quadro di Eugène Delacroix del 1858.

In parallelo, la Colonna di Traiano ebbe la sua fortuna, rappresentata dalle varie riproduzioni fino ai calchi; tra i numerosi esempi si ricordano gli affreschi monocromi della Sala dell’Episcopio di Ostia dipinti nel 1511-1513 da Baldassarre Peruzzi, con la scena inedita del funerale di Traiano.

Nel tempo, invece, la figura di Traiano assurse a simbolo di giustizia, raffigurata nei palazzi a fianco di personaggi dell’Antichità presi ad esempio di virtù, o sola nelle aule dei tribunali della Germania e nei Paesi Bassi del XV-XVI secolo.

Significativamente, la memoria di Traiano fu perduta con l’avvento della nuova era, proiettata verso il futuro e non più sui modelli del passato.

La giustizia di Traiano e di Erchinbaldo, arazzo da Rogier van der Weyden, metà XV sec., Bernisches Hstorisches Museum, Berna
Girolamo Mocetto, Giustizia di Traiano, 1517, Museo di Castelvecchio, Verona
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