Morte in Asia – prima puntata

Traiano, di ritorno dalla campagna contro i Parti, è caduto ammalato. Le sue condizioni sono critiche, e la moglie, l’imperatrice Plotina, oltre al dolore deve affrontare un problema politico: l’impero ha bisogno di un successore.

Selinunte di Cilicia, Asia Minore, 8 agosto 117 d.C.

La camera è avvolta nella penombra. Le tende alla finestra filtrano la luce ed il caldo provenienti dal patio. Il malato disteso sul letto è pallido, immobile. Il medico gli tasta il polso, si china per toccargli la fronte, poi si scosta, affranto.

Il giovane accanto al letto mette una mano sul braccio al dottore: «Si riprenderà, vero?» chiede disperato.

Il medico lo guarda sospirando: «Solo gli dei sanno quale sia il nostro destino» dice. Ed esce.

Il giovane piomba seduto accanto al letto, china la testa e sfiora con la guancia la mano del malato, come a volergli strappare una carezza.

Cri-cri-cri-cri.

Il frinire delle cicale, esasperante, senza sosta, riempie l’aria arroventata. È mezzogiorno. Il sole a picco taglia i contorni degli oggetti come un coltello, e il patio nella casa del mercante Plautillo non è abbastanza ampio per fornire un riparo adeguato.

La donna, infatti, è rannicchiata nell’unico angolo oscuro, appoggiata a una colonna. Il volto è pallido, lo sguardo chiaro perso nell’aria calda, le membra pesanti per una stanchezza che da sola l’afa non giustifica, il collo esile quasi schiacciato dal peso dell’acconciatura. I riccioli biondastri, appena striati di grigio, sembrano volersi ribellare al nastro che li tiene fermi sulla fronte. Una ciocca scivola verso le tempie. Ma lei, con un riflesso automatico, la riavvolge sul dito e la riposiziona con una sorta di quieta rassegnazione, come chi da sempre ha accettato di dover apparire perfetta persino quando è sola.

«Domina, sei qui.» L’uomo appare all’improvviso, scostando una delle tende che separano il patio dall’interno dell’abitazione.

«Sì, Critone. Come sta?» la voce non può nascondere un fremito d’ansia.

Il medico scuote la testa: «La febbre è alta. Per quanto sia di fibra forte, Plotina, io non credo che…» si ferma, esita, tace.

L’imperatrice annuisce, e posa la mano sul braccio dell’amico: «Lo so. L’ho capito da ieri sera, ormai. Non c’è più niente da fare.»

Tito Statilio Critone, archiatra[1] dell’imperatore Marco Ulpio Traiano, Cesare Augusto e Ottimo principe, Dacico e Partico, annuisce, grave.

Quando due settimane prima Traiano è svenuto all’improvviso poco distante dalle porte di Selinunte, in Cilicia, durante il viaggio di ritorno verso l’Italia, il mercante Sozio Plautillo, uno dei più ricchi notabili della cittadina, ha subito generosamente offerto come alloggio la sua dimora, una graziosa casa appena dentro le mura, per consentire all’imperatore di riposarsi e ristabilirsi, contando che fosse cosa breve. Ma la salute dell’imperatore è peggiorata di giorno in giorno. Il caldo e la febbre lo hanno consumato a poco a poco, privandolo delle forze e della consapevolezza.

Critone sa che dovrebbe essere lui a sostenere Plotina, l’augusta. Da medico si è trovato mille volte in situazioni simili – a dover comunicare ai familiari che il paziente era entrato in agonia – e lo ha sempre fatto con il dovuto tatto e il giusto distacco, da uomo di scienza qual è. Ma stavolta non riesce, ha un groppo alla gola, gli occhi gli si inumidiscono, ed è come se si sentisse scavare una voragine nel petto. Lui che dovrebbe offrire conforto, prova solo il bisogno di essere confortato, mentre una lacrima gli scende sulla guancia, calda come lava.

«Riposa, ora.- riesce solo a sillabare – Forse bisognerebbe mandare a chiamare ad Antiochia Adriano… anzi mi stupisce che non sia già qui.»

L’imperatrice scuote la testa: «Non ci ha permesso di convocarlo finora, Critone.»

Il medico la fissa come se non avesse capito bene la frase: «Ma come? Io pensavo che la sua adozione fosse cosa decisa, oramai…»

Plotina vede l’ombra di uno dei servi che percorre il corridoio, e tace. Poi prende il medico per il braccio e lo avvicina a sé, parlando sottovoce: «Lo abbiamo fatto credere, ma no, purtroppo. Già quando ci siamo messi in viaggio per tornare a Roma e la sua salute era malferma, ho fatto di tutto per convincerlo. E ci ho riprovato i primi giorni dopo l’attacco, quando ancora era cosciente. Ma non c’è stato verso. Lo sai che lui e Adriano… non so per quale ragione, non lo ha mai apprezzato come meriterebbe. Man mano che la sua lucidità è venuta meno, ha cominciato a farneticare che voleva lasciare il suo trono al migliore, come Alessandro Magno, e inviare al Senato una lista di nomi fra i quali scegliere… e ora… ora hai visto. Da ieri sera non riprende conoscenza. E non ha indicato il successore.»

Critone non riesce a trattenere un brivido: «Grandi dei! Ma è terribile: rischia di scatenarsi una nuova guerra civile! Potrebbe distruggere l’impero!»

Plotina si appoggia alla balaustra. Guarda il piccolo patio, al centro del quale singhiozza una fontanella provata dalla calura. Ripensa ai sontuosi giardini dei palazzi imperiali di Roma e delle altre metropoli in cui ha soggiornato. In più di trent’anni di matrimonio, ha seguito il marito in tutti gli angoli dell’impero. Da quando ha abbandonato la linda casa paterna, nella quieta Gallia del sud dove è cresciuta, ha macinato stadi su stadi, percorso strade infinite: Germania, Italia, Dacia, Asia Minore, Mesopotamia. Ha guadato fiumi sfidando con il carro la corrente impetuosa, dormito in tende sotto la pioggia scrosciante, sentito il vento ululare nelle notti gelide fra le torri murarie dei più remoti avamposti. Lei, la piccola Plotina, al fianco di suo marito, il grande Traiano.

L’impero, questo concetto così astratto e sfuggente per gli altri, per loro due è concreto e familiare. Lo hanno difeso e gestito, di comune accordo. Traiano sul campo con la spada, e lei nell’ombra e nelle retrovie, intessendo nei palazzi le trame della diplomazia, blandendo gli intellettuali, curando i rapporti con il garbo schivo che ci si aspetta da una donna e da una imperatrice. Gli dei non hanno dato loro dei figli forse perché il loro figlio è stato lui, l’impero. Che come un figlio deve sopravvivere oltre le loro vite, perché questo è ciò che ogni genitore desidera e vuole.

Plotina guarda decisa negli occhi Critone: «No, non lo distruggerà. Non finché ci sarò io a impedirlo. Ed è per questo che ti chiedo quello che sto per chiederti ora.»

«Domina, quello che tu ritieni opportuno…» balbetta il vecchio amico.

«Andremo nella stanza di Traiano, ora. Tu, io, Attiano, e nessun altro. Faremo allontanare tutti. Attiano ha già preparato ieri sera il documento ufficiale per l’adozione di Publio Elio Adriano come erede. Da sempre sono convinta che sia l’uomo più adatto a gestire l’impero. E che sia l’unica via per evitare il caos e una guerra civile. E l’imperatore lo firmerà.»

Il medico scuote la testa perplesso: «Ma Plotina, perdonami, Traiano non credo riprenderà più conoscenza…»

La voce dell’imperatrice diviene di ghiaccio:

«Tu testimonierai che l’ha ripresa il tempo necessario per firmare l’atto e dettare le sue ultime volontà a te, che sei il suo medico personale e il suo migliore amico e a me, che sono sua moglie. Nessuno metterà in dubbio la tua parola. E nessuno dovrà osare mettere in dubbio la mia.»

Critone fissa Plotina basito. Frequenta la famiglia imperiale da anni, e, pur portandole il massimo rispetto, ha sempre considerato l’imperatrice una donna remissiva e scialba. Talvolta si è chiesto, come molti altri, perché Traiano fosse rimasto così ostinatamente legato a lei, quando avrebbe potuto avere qualsiasi nobildonna dell’impero, una di quelle bellezze opulente che l’imperatore aveva sempre gradito accanto ai banchetti e alle feste, e in grado persino di dargli degli eredi. Ma ora che sente puntato su di sé quello sguardo lucido come l’acciaio e altrettanto freddo, si rende conto di quanto determinata sia quella donna minuta e pallida. Mentre il mondo attorno sta franando, lei è solida come una pietra d’angolo, pronta a sfidare i cataclismi e il destino, e a piegarli al suo volere. Sbianca, ma per quanto spaventato dalla proposta si ritrova balbettare: «Io…come vuoi tu, domina. Sono pronto.»

[1] Medico dell’imperatore

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