Il vampiro di Dacia – prima puntata

Traiano affronta i Daci in battaglia. Ma l’eroismo dell’imperatore e dei suoi uomini non basta a sconfiggere i barbari. Quali sorprese riserva la terra oscura dei Daci?

Dacia, Tapae, autunno del 101 d.C.

Un colpo, secco, sull’elmo. Manio Laberio Massimo sente la testa scoppiare, il rimbombo della calotta gli riempie le orecchie e gli fa perdere l’equilibrio. Barcolla. Attorno a lui il frastuono della battaglia travolge ogni cosa, come un’onda. Ma lui è un soldato: punta i piedi sul terreno rossastro, imbevuto di sangue. L’elmo ha resistito. Un urlo di rabbia gli sale dalle viscere. Si volta. Il soldato dace che lo ha colpito è ancora lì, stupito che il fendente della sua spada ricurva non gli abbia aperto la testa e tagliato il corpo in due fino allo sterno. Massimo coglie quell’indecisione fatale, vede il fianco scoperto del nemico, e veloce affonda il gladio fra le costole, spingendolo fino in fondo e poi girandolo nel ritrarlo. Un fiotto di sangue caldo gli colpisce il petto ma non è suo, è del dace che cade a terra, gli occhi sbarrati.

«Massimo, a destra!»

Sente l’avvertimento troppo tardi. Un altro dace gli si lancia addosso, ma stavolta è a cavallo, lo sovrasta, la falce mulina nell’aria. Massimo tenta di abbassarsi, ma scivola, cade all’indietro, scoperto, vulnerabile. Il dace gli è sopra, sta per calare la falce su di lui. Massimo sa che è finita. All’improvviso il brillio di una lama si frappone e il busto del dace è squarciato da un taglio netto. Il barbaro si piega come se si accartocciasse, e cade dal cavallo. Massimo alza gli occhi e riconosce il manto rosso e la corazza del suo salvatore: «Traiano! – mormora – Grazie!»

Traiano si china, gli porge una mano e lo fa montare sul suo cavallo. Gli uomini della scorta menano fendenti per allontanare i nemici. Una volta in sella, Massimo può vedere la battaglia dall’alto. La piana di Tape pare uno scorcio dell’Ade. Le legioni romane e i Daci di Decebalo combattono corpo a corpo in una mischia feroce. Gli scudi cozzano gli uni contro gli altri, con un rumore sordo e cupo, mentre le falci dei Daci mulinano nell’aria e si schiantano sulle teste dei legionari. Le corazze e gli elmi rinforzati tengono, riparando i soldati dai colpi peggiori. Ma le spade ricurve amputano senza pietà braccia e polsi, calando come mannaie.

È una mattanza di corpi che si spingono, si feriscono, si aggrovigliano, cadono gli uni sopra gli altri. Pochi passi accanto a lui, un dace trafigge un romano e poi cade a sua volta trafitto, mentre due suoi compagni, nella calca, vengono colpiti alle spalle da un fendente mentre tentano di portare un terzo, ferito, in salvo. Il romano che li ha uccisi emerge dal fango, lordo di sangue, gli occhi furenti come una divinità vendicatrice dell’oltretomba. Massimo vede che tiene con i denti qualcosa, e si rende conto con orrore che è la testa di un nemico tranciata di netto.

Traiano si fa strada a fatica, nella calca, per raggiungere la X Gemina, sulla destra. L’ha tenuta di scorta ma ora deve farla entrare sul campo. I Daci saranno così chiusi in una morsa che si stringerà loro attorno, fino ad annientarli.

«Teniamo?» chiede Massimo, confuso. Nella calca non riesce a vedere quasi nulla, perché il caos è enorme e la luce è poca. Uno spesso strato di nuvole nere e minacciose oscura il cielo.

«Sì teniamo, per gli dei, e li stiamo vincendo! – urla Traiano – Ma si battono come leoni!» Nel fondo della sua voce si sente un accento di sincera ammirazione. Da soldato prova rispetto nei confronti di quei barbari determinati che non si arrendono e non chiedono pietà. L’imperatore alza la spada, e l’ultimo raggio di sole la colpisce prima di venire inghiottito da una nuvola. Il suono della tuba si spande nell’aria e la cavalleria della X Gemina si lancia al galoppo sul campo, gridando: “Per Cesare e per Roma!”

È il loro urlo di battaglia dai tempi di Giulio Cesare, il loro primo comandante.

«Le frecce! Tutti giù», grida uno dei pretoriani della scorta. Un nugolo di dardi è partito da un’altura a sinistra del campo, dove Traiano riconosce la sagoma del suo nemico, Decebalo. Si appiattisce sul cavallo, riconosce il sibilo di una freccia che gli passa accanto e la vede conficcarsi nel terreno. Ma il lamento che sente subito dopo gli fa capire che Massimo non è stato altrettanto fortunato. L’amico ha un dardo conficcato nel polpaccio. I pretoriani attorno a loro alzano gli scudi per proteggerli.

Traiano smonta da cavallo e aiuta Massimo a scendere, mentre anche gli arcieri romani rispondono al nemico e coprono il drappello. La cavalleria della X Gemina, intanto, li ha sorpassati e spinge i barbari verso le legioni sul fondo come i cani da pastore spingono una mandria recalcitrante. I Daci sono costretti a stringersi, a compattarsi, le insegne dalla testa di lupo ondeggiano e cozzano le une contro le altre. Usare le falci è impossibile senza ferire i compagni. Per ritirarsi inciampano nei cadaveri a terra, o vengono spinti e calpestati da altri che arretrano a loro volta.

Al riparo del muro di scudi improvvisato, Traiano stende sul terreno Massimo che è cosciente ma pallidissimo. Dalla ferita scorrono rivoli di sangue.

«Dobbiamo tamponare subito – dice uno dei pretoriani – o non arriverà vivo al campo.»

L’imperatore prende il suo mantello, e con un movimento netto della spada ne taglia una striscia: «Usa questo, e portalo subito alla mia tenda!»

Poi guarda l’amico e lo rassicura: «Non ti preoccupare, Critone ti ricucirà a dovere.» Massimo, anche se molto sofferente, sorride: «Il medico imperiale non potrà sottrarsi, visto che gli arriverò bendato con la porpora!»

Gli scudi risuonano, una nuova raffica di frecce li colpisce. Contemporaneamente ai dardi cominciano a cadere a terra gocce di pioggia, e nel volgere di pochi attimi si moltiplicano. Sono grosse e pesanti come ciottoli, e quando colpiscono il suolo scavano dei piccoli buchi nel fango. Il cielo nero viene riempito da un tuono cupo che squassa la pianura.

Per un attimo, le urla e lo strepito della battaglia si placano, inspiegabilmente. I Daci si fermano, come pietrificati. Gli arcieri vicino a Decebalo non scagliano più le loro frecce contro i Romani, ma le puntano verso il cielo, come se volessero colpire Giove stesso.

«Per loro la pioggia è un segno nefasto – spiega uno dei pretoriani – Pensano che gli dei li abbiano abbandonati!»

Infatti il silenzio irreale si trasforma in un lamento pieno di terrore. I Daci si mettono a correre, scompostamente, accavallandosi gli uni sugli altri. Le legioni serrano i ranghi, gli scudi si chiudono. Sono una muraglia che procede schiacciando tutto quello che trova davanti, senza lasciare scampo.

«Vinciamo! Vinciamo!» esulta uno dei pretoriani.

Traiano annuisce, ma guarda verso il luogo dove poco prima Decebalo era appostato con i suoi arcieri e la guardia reale.

È deserto.

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