Il vampiro di Dacia – quarta puntata

Nella notte i Romani attaccano le fortezze dacie. L’amore di una madre può vincere sulla lealtà verso il proprio popolo?

Dacia, fortezza di Costesti, 101 d.C.

Gli uomini sono immobili, nel più assoluto silenzio, le schiene appoggiate al costone roccioso. All’inizio della fila, il primo si sporge con grande cautela, scrutando in alto, fra i rami delle foglie, se compaia il segnale. No. Nel buio della notte appena rischiarata dalla luna, dalla fortezza non emana alcuna luce.

«E se fosse una trappola?» sussurra uno dei tribuni.

Manio Laberio Massimo taglia netto: «Traiano ha detto che si fida di quella donna. E io mi fido del suo istinto nel giudicare le persone.»

Spera di essere stato abbastanza brusco. Ma non può fare a meno di sentire un brivido corrergli lungo la schiena. Non è il freddo, e nemmeno la semplice paura. È quella terra che ha in sé qualcosa di arcano e di inquietante. Ti si aggrappa all’animo e alle viscere, come solo il terrore sa fare. Massimo ha combattuto in tanti posti, ma la Dacia è l’unica che l’abbia atterrito. È un luogo dove la morte e la vita si toccano e si mescolano in continuazione, tanto che è difficile stabilire un confine netto fra le due. Lì il bagliore dell’oro caldo come il sole si unisce al gelo pungente della notte più buia. Le sue selve sono così oscure che sembrano pensate per risvegliare istinti arcaici: la crudeltà ancestrale, l’efferatezza, la ferocia si respirano ovunque, come se persino l’aria avesse un retrogusto di sangue.

Per arrivare sotto lo sperone, si sono dovuti inerpicare per un sentiero come capre, traversando un bosco intricato. Per la sua gamba appena guarita è stato uno sforzo immane. Ma ciò che lo ha angosciato di più, è stato affrontare le piccole radure lungo la salita. Lì, appesi come trofei, i Daci hanno lasciato a marcire i corpi di legionari romani, morti ai tempi delle campagne di Domiziano. Sotto gli elmi, Massimo ha guardato nelle orbite ormai vuote dei loro teschi, li ha visti ridotti a macabri spaventapasseri abbandonati all’insulto delle intemperie.

«Guarda, comandante!» sussurra il tribuno.

Un baluginio, un lume che viene agitato veloce, e poi subito scompare. Sarà lei? si chiede Massimo. Ma non c’è tempo per pensare.

«Andiamo» ordina ai suoi uomini.

Corilla è in piedi, nell’ombra, appoggiata alla rientranza del muro. Ansima. Il cuore le martella così forte che teme che il petto le si apra. Lo ha fatto: ha dato il via libera ai Romani. Non riesce ancora a crederci. Solo lei conosce quel passaggio occulto per entrare alla fortezza. Da bambini, lei e suo fratello Decebalo lo usavano per uscire di nascosto nel bosco a giocare, percorrendo un piccolo sentiero che portava al torrente. Negli anni tutti lo hanno dimenticato, perché la porticina di legno è ormai seminascosta dai rami dei cespugli e dall’anfratto di roccia che in quel punto rientra nel monte. Smorza la piccola lucerna. Cerca di smuovere il paletto che blocca la porticina. Lo tira. È incastrato nel gancio di ferro, non scivola. Il panico la invade. Non può arrendersi. Se non ci riesce, i Romani penseranno che lei li abbia traditi. Una intuizione: l’olio della lucerna! La prende, con le mani tremanti versa il contenuto sul gancio del paletto e sui cardini della porta. Il paletto finalmente scivola, la porta si apre.

«Che cosa stai facendo, Corilla? – La voce di Dapyx, il comandante della fortezza, risuona alle sue spalle. – Ho visto la luce e ti ho seguita fin qui. Voglio una spiegazione!»

L’uomo si avvicina e le punta la sua spada al petto, guardandola con odio.

«Io… io…» balbetta Corilla, ma le parole non le vengono. Sa di non potersi giustificare. Davanti a lui e davanti a nessuno.

«Traditrice!» urla il soldato e fa per colpirla. Ma prima che la spada possa ferirla, la porticina è spalancata da un calcio e Massimo fa irruzione. Con una spinta allontana la donna, si lancia sul dace e affonda il suo gladio nel fianco di Dapyx. L’uomo crolla a terra con uno sguardo stupito, mentre dalla bocca gli esce un fiotto di sangue.

Massimo si assicura con un’occhiata che Corilla sia salva.

«E ora prendiamo questa maledetta fortezza!» sibila ai suoi uomini.

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