Il vampiro di Dacia – quinta puntata

Un addio lungo il fiume. La Dacia è conquistata. Ma a quale prezzo?

Drobeta, riva del Danubio, 103 d.C.

«Ti ho detto che devi stare indietro, Dimaco» sbuffa il legionario romano.

«E dai, centurione, fammi solo dare un’occhiata, che ti costa? – lo blandisce il greco con aria astuta –  Sai che se trovo qualche schiavo buono per primo, poi qualche soldo arriva anche per te…»

La fila di prigionieri daci è ferma sulla riva del fiume, all’ombra del ponte costruito da Apollodoro di Damasco per la campagna militare. Sono in attesa di salire sui barconi che, risalendo il Danubio, li porteranno verso il loro nuovo destino, a Roma. La banchina è zeppa di gente. Non ci sono solo i soldati, ma anche mercanti greci come Dimaco di Samotracia, venuti per cercare di comprare in anteprima gli uomini e le donne migliori, per rivenderli poi a prezzo maggiorato.

«Quella femmina lì nell’angolo, per esempio, è bellissima… l’ha già comprata qualcuno?» chiede indicando una donna alta, dai lunghi capelli biondi raccolti in una semplice treccia. Pur stando ferma in disparte rispetto al gruppo delle altre prigioniere, spicca nel caos del porto.

Il centurione ride: «Quella non è roba per te, Dimaco! È una proprietà dell’augusto Traiano, ed è stata scortata personalmente dai suoi uomini. Dicono sia una principessa dacia…»

«Ha buon gusto, l’imperatore!» sibila il mercante.

Un improvviso trambusto si ode dal fondo della banchina. Un drappello di pretoriani a cavallo arriva presso la colonna dei prigionieri. I centurioni allontanano velocemente i mercanti e i curiosi: al centro del drappello hanno riconosciuto l’imperatore in persona. Traiano smonta da cavallo e si dirige deciso verso la prigioniera, mentre tutti i Daci si inchinano di fronte a lui. Anche Corilla si inchina, ma lui le prende la mano e la rialza, guardandola negli occhi.

«Sono venuto a salutarti, Corilla. I miei uomini ti scorteranno fino a Roma dove sarai ospite e non prigioniera, in una delle mie ville. Ho dato ordine che lì ti venga dato tutto ciò che chiedi. Ma prima dovevo restituirti qualcosa che mi avevi affidato perché lo proteggessi.»

Indica una piccola lettiga al seguito del drappello. Dietro i drappi di tessuto pesante che schermano il sole, fanno capolino la testa di Severa e di un bambino pallido.

«Deceneo!» urla la madre correndo verso il piccolo. Sale sulla lettiga, lo stringe, lo riempie di baci. Traiano le si avvicina. Corilla sente gli occhi riempirsi di lacrime.

«Non so come ringraziarti…»

«Sono io che devo ringraziare te. Tuo fratello si è deciso a trattare. Accetterà di avere qui le nostre guarnigioni e di limitare il suo esercito.»

Corilla guarda la fila di uomini e donne destinati a lasciare per sempre le loro famiglie e le loro case, a divenire schiavi lontano dalla terra in cui sono nati. Si sente sopraffare dal senso di colpa e da una sorta di rabbia silenziosa. Lei li ha traditi, forse, ma il fratello ancora di più, gettandoli in una guerra insensata e devastante per ambizione personale.

Scuote la testa: «Non pensare di averlo domato, Traiano. Lo conosco. È un uomo che non accetta di essere secondo a nessuno, nemmeno a te. Solo la sua morte metterà fine a tutto.»

Traiano annuisce: «Lo so. Ciò che lui non sa, invece, è che io e lui siamo sempre secondi a Roma. Se si ribellerà, noi Romani torneremo a sconfiggerlo. Anche se io non dovessi sopravvivere, Roma ci sarà sempre. Questa è la sua forza.»

«Io mi accontento che sia sopravvissuto mio figlio, Traiano. Ora potrà vivere in un luogo dove non lo considerano un mostro. E anche tanti altri piccoli daci e romani potranno vivere in pace, io spero, se manterrai le tue promesse di governare con saggezza. Lascio gli imperi e le guerre a voi uomini.»

Traiano annuisce, e poi ordina con un gesto che la lettiga sia portata via. Guarda la banchina dove fervono i traffici, e la giovane città di Drobeta che vive di nuova linfa grazie al ponte, alle strade e alla rete di castra che lui ha fatto sorgere nella regione, dove prima c’erano solo fortezze e selve. Ha portato Roma dove prima non c’era, e ora quella terra è Roma, e lo resterà come un suo lascito, per sempre.

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