Il vampiro di Dacia – seconda puntata

L’accampamento romano è scosso dall’arrivo di una spia, o forse di un messaggero. Traiano deve decidere se l’opportunità che gli viene offerta è una trappola o la chiave di volta per la definitiva conquista della Dacia

Dacia, accampamento romano nelle vicinanze di Sarmizegetusa Regia, autunno del 101 d.C.

La notte, vista dalla torretta dell’accampamento, è limpida e freddissima. Dalla sua postazione, Furio Rufo lascia vagare lo sguardo sulla valle che ha di fronte, sulle sagome scure degli alberi e, in lontananza, su quelle ancora più oscure delle montagne. Non si muove una foglia, non un alito di vento. Eppure quel buio sembra pieno di insidie. Lì fuori, nelle fortezze costruite fra i monti, i Daci e Decebalo si sono asserragliati e attendono.

«Che cazzo di freddo, Furio. Mi si gelano le palle.»

Furio guarda il suo compagno con bonaria sufficienza: «Perché sei di Pergamo, Castore. Sei abituato al caldo. Per me che vengo dalla Britannia, questo è solo un po’ di freschino.»

Castore rabbrividisce: «Lo odio questo posto. Da noi il clima è decente e anche la notte è meno scura. Qui ci sono solo freddo cane e barbari, che sono cani rabbiosi.»

Il sinistro ululare di un lupo echeggia fra gli alberi neri seguito da una serie di rumori ovattati, un calpestio indistinto.

«Ci mancano solo i lupi adesso» sbotta Castore.

Furio gli fa cenno di stare zitto: «Non è un lupo, questo.» Si acquatta dietro alla piccola colonna in legno della torretta, e indica alcuni cespugli al di là dell’avvallamento scavato a protezione della palizzata. Si muovono troppo in quella notte senza vento: «Fai cenno alla ronda che c’è qualcuno nascosto lì sotto. Che vadano a stanare quella maledetta spia!»

«E allora non parli? Hai perso la lingua? Non ti preoccupare, sapremo noi come scioglierla!!»

Il tribuno Roscio Falisco si avvicina al ragazzo che i suoi uomini hanno catturato. Si aspettava che fossero diverse le spie dei Daci, barbari muscolosi dalla lunga barba e i capelli ispidi. Invece questo è un ragazzino minuto e imberbe, una casacca troppo larga addosso, il berretto a punta ben calato sulla fronte,  gli occhi chiari e il volto dai lineamenti delicati, femminei. Gli avvicina la mano alla guancia, per fargli una carezza lasciva, ma il ragazzo gli sputa in faccia e gli ammolla un calcio ben assestato al basso ventre. Falisco si piega in due, esplode in una bestemmia, mentre due dei suoi uomini agguantano il giovane. Ma lui scalcia ancora, morde le braccia di chi tenta di tenerlo, costringendoli a gridare, si divincola e scappa verso l’uscita della tenda. Sta per guadagnare la fuga, quando si scontra con un uomo alto, dai capelli brizzolati e i lineamenti duri, che lo agguanta e lo blocca con una presa forte e precisa.

«Dove credi di scappare, tu? E perché hai colpito i miei uomini?»

Roscio Falisco arrossisce, avendo riconosciuto Traiano: «Domine, questo barbaro è una spia, lo abbiamo sorpreso acquattato fra i cespugli qui fuori!»

Traiano fissa il ragazzo da capo a piedi, valutandolo. Ne osserva la conformazione fisica, il volto. Lo guarda così intensamente che il giovane arrossisce. Sulla bocca di Traiano si disegna un sorriso ironico: «È corretto quello che raccontano di te i miei uomini?»

Il giovane lo guarda negli occhi: «No, domine – risponde in ottimo latino – perché, come ti sei accorto già, non sono un ragazzo ma una donna. E non sono barbara, sono romana. Mi chiamo Caia Cecina Severa, figlia di Tito Cecina Severo, medico al seguito di Caio Oppio Sabino. Mio padre fu catturato quando il governatore Sabino fu ucciso, e io da allora sono una schiava di Corilla, la sorella del re Decebalo.»

«E sei fuggita da lei per unirti a noi?»

«No, domine. È lei che mi invia a te. Le ho giurato di riferirti il suo messaggio e poi di tornare da lei, qualsiasi sia la tua risposta.»

L’imperatore la guarda di nuovo, studiandola attentamente: «E perché dovresti farlo? Siamo in grado di proteggerti e non sei tenuta a tornare dalla tua padrona. Qui sei libera e al sicuro.»

La giovane lo guarda dritto negli occhi: «Ho dato la mia parola, domine. Mio padre mi ha insegnato che non si può venire meno a una promessa. Nemmeno quando è stata fatta a un barbaro.»

Traiano annuisce: «Hai ragione. E io prometto che qui non ti sarà fatto alcun male e che, se vorrai, potrai tornare indietro incolume. Ora dimmi cosa vuole Corilla da me.»

«Incontrarti in segreto, domine, per dirti qualcosa che non può essere comunicato in altro modo. Domani notte. In un luogo dove io stessa ti porterò.»

 

«Traiano, per tutti gli dei, è una follia!»

Tutti gli uomini presenti nella tenda guardano Lusio Quieto basiti. Per quanto sappiano quanto sia profonda l’amicizia del principe mauritano con l’augusto, nessuno si è mai permesso di usare un tono simile con un imperatore. Solo Traiano pare non trovare offensivo quell’atteggiamento, perché guarda l’amico sorridendo.

«Lo so, può sembrarlo. Tuttavia quella donna mi ha chiesto un incontro, credo rischiando molto nel farlo. Devo scoprire cosa deve dirmi.»

Licinio Sura tenta una mediazione: «Potresti inviare un tuo delegato, posso andare io.»

Traiano scuote la testa: «Ho appena scacciato gli ambasciatori di Decebalo perché ho detto che trovo offensivo che il re non voglia trattare di persona. Come posso io inviare un mio sostituto a parlare con sua sorella?»

«E se fosse un agguato?» chiede Laberio Massimo, seduto in un angolo perché ancora zoppicante.

L’imperatore ride: «Per Giove, me la sono sempre cavata sul campo di battaglia, mi pare, e non andrò certo da solo, ma accompagnato dai migliori fra i miei uomini. Volete che si dica che ho avuto timore di incontrare una donna? Priamo ebbe il coraggio di andare da solo alla tenda di Achille, nel centro del campo nemico, e per incontrare il più pericoloso dei guerrieri achei. Dovrei essere più pauroso di un vecchio?»

Lusio Quieto sbuffa: «È inutile cercare di farti ragionare, quando hai deciso qualcosa. Ma sappi che non ti lascio andare da solo. Ti scorterò personalmente e che gli dei mi maledicano se non farò in modo di riportarti intero.»

Traiano gli mette una mano sulla spalla: «Non ho il minimo dubbio che ci riuscirai, amico mio.»

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