Il vampiro di Dacia – terza puntata

Traiano incontra una donna misteriosa che può cambiare il corso della storia. E un bambino fuori dal comune potrà essere la chiave per la conquista della Dacia?

Dacia, piana ai piedi dei monti Orastie, 101 d.C.

Il bosco è in perfetto silenzio sotto il manto scuro della notte. Lo rompe soltanto il suono ovattato dei cavalli. Ma è appena percettibile: gli zoccoli sono stati fasciati per attutirne il rumore. Il piccolo drappello di uomini si muove circospetto, seguendo il corso del torrente. I cavalieri mauritani di Lusio Quieto hanno indossato le loro armi più leggere, così da poterle sguainare subito al primo accenno di pericolo, e procedono guardinghi in una notte nera più di loro. Traiano è in testa, accanto a Severa, che cavalca con l’abilità di un uomo e pare muoversi con l’istinto di un animale nato fra quelle selve.

«Da quanto tempo vivi qui?» le chiede l’imperatore.

La ragazza sorride: «Da sempre. I miei antenati erano in origine dei liberti del primo governatore della Mesia, Aulo Cecina Severo. Mio padre studiò medicina a Cnido e poi tornò in Mesia al servizio di Oppio Sabino. Morì assieme a lui.»

«Deve essere stato terribile.»

«Tutte le guerre lo sono. Io ricordo poco, a dire il vero, ero appena una ragazzina. Corilla mi prese a ben volere e mi portò nella sua casa. Ero con lei quando si sposò, e l’ho assistita durante il parto e consolata quando è rimasta vedova del marito. Di mio padre ho salvato i libri di medicina, e li ho studiati abbastanza per poter essere utile. Ora mi occupo di suo figlio» aggiunge con una lieve esitazione, che tuttavia non sfugge a Traiano.

La selva si fa sempre più intricata e oscura. Gli alberi sono sagome nere, i rami lunghi e nodosi sembrano dita scheletriche intrecciate fra loro. Le nuvole coprono il cielo, impedendo alla luce esangue della luna di filtrare, mentre l’ombra dei monti si fa più vicina e incombe. A un tratto, Severa tira la briglia del cavallo e gira bruscamente, per portarli verso una radura. Il gruppo entra nello spiazzo erboso, alla cui fine intravede una piccola casa con il tetto conico. La luna, d’improvviso, fa capolino fra i rami, illuminando i contorni. Attorno all’edificio, fermi come se li stessero aspettando, compaiono le sagome di alcuni di guerrieri. Gli elmi e le punte delle lance scintillano colpiti dai raggi d’argento.

«Tradimento!» grida Lusio Quieto, voltandosi di scatto per proteggere Traiano e ordinare ai suoi uomini di snudare le armi.

Severa scoppia in una risata, e si lancia in avanti con la sua cavalcatura. Arriva di fronte a una delle sagome dei soldati, si sporge e la colpisce sulla testa, facendo rotolare l’elmo per terra.

«Stai tranquillo, generale. Non hai nulla da temere. Sono fantocci di assi di legno. Li usano per spaventare i nemici e far credere di avere più uomini di quanti non ne abbiano in realtà. In questa casa non c’è nessun soldato, solo la mia padrona.»

Il grande focolare è al centro della stanza. È quasi buio. La donna sta muovendo i carboni nella cenere con un attizzatoio, come per evitare che la fiamma faccia troppa luce. Quando Traiano e i suoi compagni entrano, si volta e prende da un piccolo tavolo lì accanto una coppa in argento di raffinata fattura, piena di vino. La figura è slanciata, snella, fasciata da un abito di lana semplice ma elegante. I capelli biondi sono trattenuti in una acconciatura a treccia.

«Ti saluto, Marco Ulpio Traiano. Questo riparo è umile, ma sappi che sei mio ospite, e al sicuro da ogni insidia. Prendi questo vino e ristorati. Le selve del nostro paese sono fredde da attraversare di notte» dice in un latino chiaro, quasi privo di accento, porgendogli la coppa.

Traiano la fissa per qualche istante. È molto bella: gli occhi sono chiari, il naso dritto, la pelle liscia, l’espressione del volto è orgogliosa. Riconosce i tratti nobili e alteri del fratello Decebalo, sintomo di un carattere indomito, ma legge nello sguardo una grande tristezza, quasi uno sfinimento, come se le prove della vita l’avessero ormai sopraffatta per la loro asprezza. Prende il calice e beve un sorso del vino senza esitare, per dimostrare la sua fiducia.

«E io saluto te, Corilla. La tua messaggera ha detto che volevi parlarmi. Sono venuto per ascoltarti personalmente.»

Un guizzo di ironia passa veloce negli occhi di Corilla: «Non come ha fatto mio fratello con te, giocando a nascondino con i tuoi inviati. So che siete diversi, e per questo ti ho chiamato, Traiano. Mio fratello si è rifugiato a Sarmizegetusa, la nostra capitale. Si trova in fondo a questa valle.»

«Lo sappiamo. E arriveremo a prenderlo.»

«Sì, ma prima perderete mesi ad assediare le nostre fortezze sui monti, a una a una. Guarda in cima alla montagna, Traiano. Il bianco che intravedi, colpito dalla luce della luna, è il muro della nostra rocca. È costruita sullo sperone roccioso e, fidati, noi Daci sappiamo sfruttare bene la nostra terra. I tuoi uomini dovranno arrampicarsi fino a lassù e sputeranno sangue per prenderla. Su questo conta mio fratello. Moriranno molti romani, forse più di quelli che puoi permetterti.»

«Non sono arrivato fin qui per arrendermi.»

Corilla sorride: «Non l’ho mai pensato. Per questo ti propongo un accordo. Con me.»

Traiano le si avvicina: «Corilla, se ti arrendi con la tua gente, io ti proteggerò finché gli dei ti doneranno vita. Potrai restare qui sotto l’egida di Roma. Non ti sarà fatto alcun male e regnerai al posto di tuo fratello, se lo desideri.»

Corilla scuote la testa: «No, non è quello che voglio, Traiano. Io ti consegnerò la rocca che vedi, quando i tuoi uomini la assedieranno. Le altre sono più piccole e cederanno facilmente quando sapranno che noi ci siamo arresi. Ma dopo che tu l’avrai presa, non voglio restare qui in Dacia. Devi promettermi che mi invierai a Roma e che ospiterai con me anche qualcun altro, proteggendolo, come se fosse il tuo tesoro più prezioso.»

«Chi?»

«Il piccolo Deceneo, mio figlio.»

Sul fondo della stanza, immersa in un cono d’ombra, a un cenno di Corilla Severa avanza, portando per mano un bimbo di forse due anni. Il piccolo è magro e pallido, anzi diafano. La pelle bianca più del latte sembra risplendere di una luce spettrale. Anche i capelli sono perfettamente candidi, e le iridi degli occhi sono grigie, quasi striate d’argento. I cavalieri mauri di Lusio Quieto mormorano e si innervosiscono. Qualcuno si lascia sfuggire un segno di scongiuro.

«Non è malato – li riprende subito Severa, con voce stizzita – è albino. Nei libri di mio padre ho scoperto che gli albini erano già noti a Ippocrate, il grande medico greco. Non è contagioso, non può farvi nulla!»

Il piccolo, infatti, spinto da Severa cammina incerto verso Traiano, e gli fa un buffo ma educatissimo inchino. Poi lo guarda in silenzio con i suoi strani occhi trasparenti.

Traiano si china verso il bimbo che dapprima pare impaurito, poi curioso allunga la manina per toccargli i capelli brizzolati.

«Vedi, piccino? – ride Traiano – in fondo anche i miei capelli sono quasi bianchi, come i tuoi!»

Il bimbo si volta verso la madre, scoppiando a ridere, come se avesse trovato un amico. Corilla si china sul figlio e lo prende in braccio.

«Traiano, Deceneo è un bambino particolare. Non può giocare fuori di giorno, e può uscire solo dopo il tramonto o di notte, con il buio. I raggi del sole sono suoi nemici: la sua pelle si ustiona, gli occhi vengono accecati dal riverbero. Ma per il resto è adorabile. Il mio popolo però è superstizioso, e tu lo hai visto in battaglia. Crede alle maledizioni, ha paura di tutto ciò che non è usuale. Già alla sua nascita volevano ucciderlo, considerandolo un mostro. Mio fratello non lo vuole accanto, e le mie serve a palazzo non vogliono nemmeno toccarlo. Quando, per errore, da piccolino morsicò il capezzolo alla sua balia, dissero che il bambino era un vampiro, e che voleva bere sangue invece che latte. Da allora solo Severa ha il coraggio di restare con lui. Non mi interessano il potere o le conquiste. Voglio solo un posto dove lui e io possiamo stare in pace e vivere la nostra vita sereni.»

«Lo avrai, Corilla. A Roma sarai mia ospite con tuo figlio finché lo vorrai, e hai la mia parola che non vi verrà fatto alcun male.»

Corilla annuisce: «Bene, Traiano, l’accordo fra noi è stipulato. Ti ho chiesto di venire qui di notte perché tu possa portare subito Deceneo con te, al sicuro. Prendi anche Severa, le rendo la libertà e desidero che sia lei a continuare a occuparsi di mio figlio se mi dovesse accadere qualcosa.»

«No, Corilla, vieni anche tu con noi» prega la ragazza.

Corilla scuote la testa: «Non posso. Solo io sono in grado di aiutarvi a entrare nella rocca. Abbi cura di mio figlio e, se non dovessi sopravvivere, digli che la sua mamma lo ha amato sopra ogni cosa.»

Stampa un bacio sulla guancia del piccino, prima di consegnarlo a Severa. Traiano le si avvicina e le prende la mano: «So che mi hai affidato ciò che più ami al mondo, persino più del tuo stesso popolo. Lo custodirò come se fosse figlio mio e farò di tutto perché tu sopravviva e lo raggiunga, a Roma.»

Poi si volta verso il suo seguito e ordina: «Svelti, dobbiamo muoverci e tornare al campo prima che sorga il sole. Non posso rischiare che il piccolo Deceneo venga ferito dalla luce dell’alba!»

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