Vendette imperiali – terza puntata

Nerva è prigioniero nel suo stesso palazzo, guardato a vista dai Pretoriani ribelli. Ma grazie all’appoggio di Lucio Licinio Sura tenta il tutto per tutto per salvare l’impero.

Roma, Palazzo imperiale, 27 ottobre del 97 d.C.

«Nessuno può entrare senza un ordine preciso del Prefetto Casperio!»

«Sono il console designato, soldato, e devo conferire con l’imperatore. Sei certo di volermi impedire di entrare?»

Licinio Sura fissa il soldato e aspetta. È perfettamente consapevole dell’effetto che quasi sempre fanno lo sguardo fermo e calmo dei suoi occhi neri, la voce profonda, il volto serio, la postura severa così simile a quella che dovevano avere gli antichi senatori romani quando discutevano per la salvezza della patria ai tempi di Annibale. Nonostante abbia poco più di 45 anni, il console è un politico consumato e può vantare una lunga esperienza, compresa quella di conoscere perfettamente come imporsi ad un sottoposto recalcitrante senza usare null’altro che la propria personalità. Difatti il soldato resta per un attimo perplesso, poi, senza dire più nulla, si sposta e lo lascia entrare.

Nerva è seduto su un divanetto e si volta a guardarlo. Licinio Sura è colpito da quanto sia invecchiato in poche settimane, da quando Casperio ha di fatto preso il potere e giustiziato il collega Petronio Secondo e Partenio. L’imperatore è pallido, curvo, smagrito come chi è divorato dentro da qualcosa di ben peggiore che una preoccupazione politica. Ma se il fisico è ormai un’ombra, gli occhi sono ancora determinati e ardenti, come se il corpo si tenesse in piedi e continuasse a sopravvivere solo per la loro indomita volontà.

«Contavo sul fatto che quel bestione non sarebbe riuscito a fermarti. Quali nuove mi porti?» dice, indicandogli di sedere.

«Ottime. Come speravamo, Traiano ha vinto in Pannonia.»

«È ufficiale?»

«Me lo ha comunicato ora con un dispaccio.»

Un piccolo sorriso si disegna con gran fatica sulle labbra di Nerva. «Sapevo di poter contare su quell’uomo… sa cosa prepariamo per lui?»

«Non nel dettaglio, ma a grandi linee. Ho dovuto usare cautela nelle lettere per la paura che fossero intercettate…»

Nerva colpisce con un pugno il tavolino: «A questo siamo arrivati! L’imperatore e il console che sono costretti a sotterfugi per comunicare con un nostro comandante! Guardati a vista da Casperio, come fossimo due volgari delinquenti e lui il padrone dello Stato!»

«Finirà presto, non appena Traiano tornerà a Roma…»

Nerva scuote la testa, poi guarda Sura negli occhi: «Finirà molto prima, non posso più aspettare così a lungo. Oggi stesso, se gli dei me ne danno la forza. Comunica a Casperio che mi dia un drappello di uomini di scorta: ho deciso di recarmi in Campidoglio ora!»

Licinio Sura lo guarda preoccupato: «Credi sia prudente inasprire così il contrasto?»

«Per tutti gli dei, sono ancora l’imperatore! Ed è mio preciso dovere religioso recarmi al tempio di Giove Capitolino, per ringraziare per la vittoria di Traiano in Pannonia! Dovranno uccidermi, se vogliono fermarmi!»

Campidoglio, 27 ottobre del 97 d.C.

La spianata dell’Asylum rigurgita di gente. Una macchia bianca di senatori avvoltolati nelle loro toghe bordate di porpora è concentrata davanti al tempio di Giove Capitolino, in silenzio e in attesa. Ma tutto attorno è il brulichio multicolore del popolo di Roma a riempire ogni spazio. Parlottano, commentano, sussurrano, gridano, e soprattutto si allungano per vedere se è vero che l’imperatore è uscito, ed è lì, per annunciare una vittoria, perché da quasi un mese si sa che Nerva è vivo, ma non l’ha più visto nessuno. I bene informati dicono che è quasi prigioniero nel suo Palazzo, guardato a vista da Casperio Eliano, il prefetto del Pretorio.

«Perché esce in pubblico, il vecchio? – chiede preoccupato Vettio Battiano, avvicinandosi a Eliano in gran fretta – Non lo dovevi tenere sotto controllo?»

Eliano risponde con insofferenza al senatore: «Vieni tu a fargli da balia, se credi di cavartela meglio. È voluto uscire per venire di persona al tempio di Giove e annunciare al popolo la vittoria nonostante questo freddo! Non si regge quasi in piedi, ormai. Ma si è incaponito, ha detto che gli dovevo tagliare la gola per impedirglielo. Che dovevo fare, sgozzarlo a freddo, prima che abbia nominato successore il tuo Materno? Non doveva già essere qui, a proposito?»

Vettio lo fulmina con un’occhiata: «È bloccato sulla costa della Palestina da venti contrari. Arriverà forse fra venti giorni. Tu vedi di evitare che Nerva faccia altri colpi di testa. Ci manca solo che schiatti per il freddo senza un erede!»

Un silenzio improvviso si diffonde. Nerva, quasi barcollante, compare vicino al tempio di Giove, con il console Licinio Sura accanto che lo aiuta a reggersi in piedi e a raggiungere il podio da cui parlare. Sembra impossibile che quel corpo emaciato e curvo possa camminare, e trovare la forza per pronunciare un discorso. Ma quando inizia, la voce esce nitida e ferma, come quella di chi da sempre sa come si parla in pubblico:

«Romani, sono qui per annunciarvi che la Pannonia è definitivamente in nostro stabile possesso. Anche lassù, fra i barbari, presto la civiltà diverrà di casa e le immense ricchezze di beni e di uomini di quelle terre lontane confluiranno presso di noi. Il sommo Giove nostro protettore ci ha concesso ancora una volta la vittoria. E suo braccio è stato Marco Ulpio Traiano, preclaro figlio di Roma, generale amato quanti altri mai fra i nostri eserciti!»

Un boato scuote la folla. Sura, da dietro Nerva, fa un veloce cenno di capo ad alcuni gruppi di suoi clienti nella piazza, che iniziano a gridare: «Traiano! Traiano! Traiano!»

Nerva alza la mano per imporre il silenzio: «Giove ci ha voluto dare un segno! Io sono ormai vecchio e stanco, e gli dei mi fanno ogni giorno capire che non starò con voi ancora a lungo. Per questo ho deciso che il mio successore al trono sarà proprio l’uomo che oggi ci regala questa nuova vittoria, e Giove stesso ci ha così indicato come favorito degli dei: Marco Ulpio Traiano, che da oggi sarà mio figlio e mio erede!»

La piazza esplode per la contentezza. Un urlo di gioia nasce spontaneo dalle bocche degli astanti e persino i compassati senatori si sciolgono in un applauso.

«Maledetto idiota, ti avevo detto di controllare meglio il vecchio! Ci ha fottuti! Dobbiamo reagire, dai ordini ai tuoi pretoriani di intervenire!» Vettio Battiano è sbiancato e ora fissa con odio il suo complice.

Casperio Eliano è frastornato e infuriato. Si volta verso il senatore sibilando: «Ma che cazzo vuoi che faccia? Se anche mobilitassi i miei, Traiano arriverebbe con le sue legioni dalla Germania prima che il tuo Materno riesca ad alzare le ancore dalla Palestina. Non farò macellare i miei uomini per aiutarti a prendere il potere. Materno doveva essere già qui se voleva davvero diventare il padrone di Roma. Non ha tenuto conto che dalla Germania non ci sono venti contrari che fermino Traiano.»

«Traditore! Ci abbandoni così?»

«Il nostro accordo era chiaro, senatore. Io sono un uomo pratico, e ora ho un nuovo padrone. Lunga vita a Marco Ulpio Traiano. E ora scusami, devo scortare l’imperatore nel suo appartamento. Sono pur sempre il Prefetto del Pretorio, dimentichi?»

Vettio Battiano resta solo, mentre una folata di vento gelido del Nord gli scompiglia i capelli e la toga.

 

To be continued… Vi aspettiamo il 31 marzo!

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